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PD VENETO, PERCHE’ FARE LE PRIMARIE

«Mostri loro la luna e si soffermano sul dito». Mi pare questo in sintesi il dibattito sulle primarie in Veneto, […]

«Mostri loro la luna e si soffermano sul dito». Mi pare questo in sintesi il dibattito sulle primarie in Veneto, perché ridurre il tema a “primarie sì o primarie no”, andando nell’una o nell’altra direzione per la sola “simpatia” o meno che lo strumento primarie suscita, a me pare, risulti un dibattito sterile, forse inutile. In prima battuta perché dovremmo averlo superato già da qualche anno, definitivamente per le “primarie sì”, come strumento di partecipazione visto che è la nativa filosofia del Partito Democratico. Il secondo, centrale, motivo, è che il vero dibattito necessario dovrebbe incontrarsi sul “primarie come?”. Le primarie sono state, in questi anni, un valore aggiunto per il PD, spesso capace di dare la spinta decisiva per vincere le elezioni, ma in alcuni casi hanno invece azzoppato il partito, dividendolo e aprendo la strada alle destre, com’è successo a Palermo, in Lombardia e recentemente a Padova. Ciò non può però condurci all’errata convinzione che siano perciò uno strumento divisivo. In “valore assoluto” sono un mezzo positivo, il mezzo che rende effettiva la partecipazione del cittadino alla determinazione delle cariche democratiche e fornisce al partito un utilissimo strumento di selezione delle candidature. Vanno però realizzate in maniera corretta per rispondere al fine a cui servono. Nell’incontro di sabato scorso a Mogliano Veneto, stando alla lettura data dai media degli interventi, abbiamo assistito ad un passo indietro, spia di un partito che rischia di pensare le prossime elezioni regionali come una passerella che ci porterà trionfanti a Venezia. Sognandoci trionfanti, rischiamo però di risvegliarci cornuti e mazziati dopo l’exploit di cinque anni fa. Allora, la segreteria scelse consciamente di non andare alle primarie, credendo di “avere già” il migliore dei candidati, capace di contendere la Regione a Luca Zaia. Il risultato fu una disarmante sconfitta, una resa incondizionata al leghismo che vinse con percentuali bulgare. L’effetto Renzi e il risultato delle Europee sembrano aver cancellato dalla memoria quei giorni e volti già visti si ripresentano con parole già ascoltate, pontificando su candidati (molto) e programmi (molto meno) necessari per vincere. Così, temo, si farà poca strada. La proposta che faccio alla segreteria e al giovane e arguto segretario politico De Menech è di non dimenticare ora quanto coraggio serve per vincere le partite più difficili, ripensando allo strumento delle primarie come meccanismo alto perché neutro. Troppe volte si è andati al voto con un candidato di partito e gli outsider in opposizione a “quel” candidato, ed è allora che le primarie diventano elemento divisivo, che lacera vertice e base rendendoli incapaci di serrare le fila nello scontro decisivo. Il PD Veneto non può rischiare di prendere una “strada chiusa”, ripresentando pari pari gli stessi concetti che lo hanno portato alla disfatta quattro anni fa. Chiedo alla segreteria regionale di ascoltare la nostra base, stabilire le regole e non i candidati, farsi “solo” arbitri nella possibile, auspicabile contesa tra candidati-presidenti e candidati-consiglieri che è bene si sfidino apertamente cosicché siano gli elettori a poter scegliere chi li rappresenta nell’area di centro sinistra o per il Pd, non escludendo a priori di chiudere la porta ad alcuno. Anche non iscritto, purché risponda alle regole date. Banalmente, paragonerei le primarie di cui abbiamo bisogno ad un concorso pubblico, parlerei di meritocrazia di cui siamo – come Pd – i fautori in ogni ambito del Paese, niente unti dal Signore, nessun prediletto o privilegiato. Gli elettori valuteranno i candidati, democraticamente e indiscutibilmente. Le segreterie non appoggino né l’uno né l’altro, ma siano garanti dello svolgimento corretto dell’iter elettorale. Ovviamente le primarie non sono uno strumento che garantisce la vittoria finale, nessuno strumento è in grado di farlo, ma sono una necessità culturale che contraddistingue il partito, che porta i cittadini a sentirsi parte di un disegno collegiale e non solo elettori a cui chiedere il voto ogni cinque anni. Sono, soprattutto, un metodo per selezionare la classe politica, attraverso principi di trasparenza e piena pubblicità.

da “la Tribuna di Treviso” del 21 luglio 2014

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