Electrolux

Electrolux, il governo pretenda garanzie

Ci sono due modi per far fallire una trattativa ancor prima che inizi. Il primo rifiutarla esplicitamente, il secondo è […]

Ci sono due modi per far fallire una trattativa ancor prima che inizi. Il primo rifiutarla esplicitamente, il secondo è chiedere o proporre un’offerta “irricevibile”, per cui non abbia senso neppure sedersi a parlarne. Di fronte al piano presentato da Electrolux Italia a fine gennaio, venne subito il dubbio che fossimo in questa seconda ipotesi. Un piano che dimezza, da un giorno all’altro, la busta paga, è concepito solo con l’intento di provocare i sindacati e portarli ad una rottura forte.

Electrolux ha dichiarato che non ha alcuna intenzione di lasciare l’Italia, ma la multinazionale svedese ha dato segnali molto contrastanti negli ultimi mesi. Bisognerebbe capire se sono figli di un piano preciso o di un management confuso. Ci sono dati che vanno sia in una direzione che nell’altra. L’azienda ha comunicato che vuole un taglio dei costi di produzione di 380 milioni di euro entro il 2015, obiettivo che sarà raggiunto grazie all’investigazione sugli impianti italiani e la chiusura, già stabilita, della fabbrica di Orange, in Australia. Qui suona il primo campanello d’allarme, perché il costo del lavoro australiano è molto più basso che nei paesi dell’Europa Occidentale, eppure ciò non impedisce all’azienda di trasferirsi in Thailandia.

Un altro aspetto ambiguo riguarda gli impianti italiani. Su quattro presenti, tre sono in attivo, solo Porcia è effettivamente in difficoltà, dove però è intervenuta la Regione, mettendo a disposizione le tasse regionali pur di mantenere in vita lo stabilimento. In generale dunque, il sistema italiano, vero e proprio motore dell’azienda (è bene ricordarlo), tiene e tiene bene. Anzi, considerata la crisi degli ultimi cinque anni, ci sono i margini per investire e recuperare anche Porcia. Al contrario sono in passivo impianti in Polonia, Ungheria e Romania. Quindi il costo del lavoro è una variabile, non la variabile. È del tutto evidente che la tradizione, la qualità del manifatturiero del controllo del prodotto, nonché il know how italiani sopperiscono molto bene al costo del lavoro più alto.

Cosa succede ad Electrolux dunque? Succede che un decennio di scelte manageriali al limite dell’insipienza vengono nascoste dietro il parafulmine della crisi economica. L’azienda, soprattutto, non ha saputo lavorare sulla costruzione del brand, lo ha indebolito, lasciando campo aperto ai competitor. Non quelli provenienti dalla Cina o dalla Turchia, ma a quelli tedeschi e americani. Whirpool, Bosch, Siemens, oltre a Samsung, hanno guadagnato quote del mercato europeo proprio ai danni degli svedesi. Perfino Miele, sempre tedesca, che si caratterizza per prodotti di alta qualità e di prezzo sostenuto, sta guadagnando spazio, pur mantenendo la produzione in Europa Occidentale. Sono aziende che hanno investito nel marchio e nella ricerca per aumentare la capacità produttiva e non per abbassare il costo del lavoro. Electrolux sta facendo l’esatto contrario, in una folle sfida ai paesi in via di sviluppo. Tutto lascia intendere che nei prossimi anni vi sarà lo spostamento della R&S in Svezia, portando l’intera produzione nei paesi dell’Europa Orientale e dell’Asia.

In conclusione dunque, mi pongo pubblicamente alcune domande, alle quali conto che il nostro Ministero chieda all’azienda risposte precise e importanti. Ovvero quale sarà la durata di un eventuale accordo con Electrolux e perché oltre duecento tagli al personale sono, comunque, programmati. Quali siano gli investimenti promessi, se si tratti di semplice manutenzione, o di veri investimenti in innovazione tecnologica. Quale sia il futuro del reparto R&S italiano. Quale sia il destino di Porcia, in particolare, e del settore del bianco italiano, in generale. Electrolux deve dare risposte chiare e chiedere a se stessa quali siano le prospettive di costosi trasferimenti in Europa dell’Est e come ammortizzarli in impianti (polacchi o ungheresi che siano) già oggi in notevole passivo, contrariamente a quelli italiani.

Lascia un commento