150° dell’Unità d’Italia: un percorso insieme. Omaggio a Tina Anselmi

La storia di questo Paese, la nostra storia, è fatta di persone che hanno deciso da che parte stare. Le […]

La storia di questo Paese, la nostra storia, è fatta di persone che hanno deciso da che parte stare. Le loro scelte hanno consentito di tenere viva l’Italia.

Fu così nel Risorgimento, quando l’unione tra chi si sentiva italiano permise di rompere le catene di quei regimi opprimenti che avevano frantumato la nostra penisola.

Fu così nella Resistenza: chi decise di stare dalla parte della libertà ci portò fuori dall’incubo del nazi-fascismo, conducendoci alla democrazia.

Fu così negli anni del terrorismo e della lotta alla criminalità organizzata: la scelta di tanti italiani di schierarsi, fino a sacrificare la propria vita, dalla parte dello Stato unitario e repubblicano, fu un baluardo contro cui si infransero i propositi eversivi.

Come nel passato, anche oggi il nostro Paese, per proseguire il proprio cammino, ha bisogno di persone che scelgano di stare dalla parte dell’Italia. Senza ambiguità.

Nel giorno in cui si celebrano i 150 anni dell’unità nazionale sarebbe ipocrita far finta di niente: non sarebbe da italiani.

Ma in questa giornata solenne abbiamo il dovere di guardare più in alto, oltre le meschinità del quotidiano, e fare riferimento a quelle figure positive che hanno reso grande questo Paese.

A cominciare dalle donne.

Wiva Venezia Libera” scriveva nel suo diario la quindicenne veneziana Letizia Pesaro Maurogonato il 20 ottobre 1866, nei giorni del plebiscito che sancì l’annessione del Veneto all’Italia. E continuava: “Quelle bandiere dopo 18 anni di sevizie e di dolori, dopo 18 anni di sforzi tendenti a quell’unico scopo, esse furono innalzate… per non cadere mai più. Fu solo in quell’istante che l’Italia potè dirsi fatta; da quell’istante Venezia risorge a nuova vita“.

Se è vero che l’immagine-simbolo della donna che guida il popolo con la spada sguainata messa in circolo durante la Rivoluzione francese è pressoché assente in Italia, è vero anche che non si può accettare l’estraneità del «genere femminile» nel Risorgimento italiano visto che  ha contribuito non poco quale  elemento propulsivo e di riscatto dai vari gioghi. 

Fin dal 1848-49 si distinsero numerose “donne della nazione”, incuranti delle convenzioni sociali, da Cristina Trivulzio di Belgiojoso a Enrichetta Pisacane, da Giulia Modena a Colomba Antonietti Porzio e Margaret Fuller, non per caso concentrate in quella postazione avanzata della democrazia italiana che fu la Roma del 1849.

Ma parteciparono anche molte “donne del popolo” che più direttamente furono coinvolte in quegli eventi straordinari. Questo almeno sembrano suggerire le immagini e i racconti delle combattenti milanesi sulle barricate delle Cinque giornate con cappelli alla calabrese, coccarde e bandiere tricolori; la documentata condivisione delle ragioni dell’insurrezione siciliana da parte delle «donne delle squadre» e delle «portatrici di messaggi» siciliane; la fattiva partecipazione delle donne vicentine nella costruzione delle barricate cittadine e nella cura dei feriti durante l’assedio degli austriaci; le successive scelte di vita di alcune delle bolognesi più attive nella rivolta dell’8 agosto contro l’occupazione austriaca in nome del papa-re; la lucida resistenza a oltranza delle bresciane nelle drammatiche giornate del marzo 1849; la disponibilità delle trasteverine vissute a contatto con i difensori entusiasti di Roma libera non solo a scagliare pietre, ma a imparare a «fare la fucilata»; la presenza attiva e fattiva di popolane (anche armate) nelle insurrezioni che avevano per teatro la città; le insistite richieste affinché a Venezia e a Roma si permettesse la formazione di squadre femminili della guardia civica.

Tante le figure femminili  che nel risorgimento italiano si sono affiancate ai Cavour, ai Mazzini, ai Garibaldi e ai Manin, alle quali  deve essere tributato ricordo e onore come  meritano, oggi che ricordiamo i passaggi salienti di questi 150 d’ITALIA.

Il pezzo di storia che ci piace ricordare oggi e’ quella di un Italia estranea all’agiografia,  pensata e voluta in modo forte e qualche volta irrazionale o inconsapevole proprio  dal popolo. Quella sentita dentro prima ancora che disegnata dalle strategie politiche, e qui – nel popolo –  troviamo chi contribuì cucendo coccarde e uniformi, preparando biancherie e bende, trovando sistemazioni per i malati e i feriti, attivando sottoscrizioni, questue e raccolte delle cose via via più necessarie: attività che richiedevano gradi diversi di consapevolezza e di coinvolgimento, ma che comunque presupponevano un consenso di fondo alle ragioni della guerra e alla necessità di sostenerla attivamente, evitando che essa diventasse un fatto di eserciti e sovrani, di gabinetti e diplomazie, e utilizzando anzi gli entusiasmi e le pene che essa suscitava, gli eventi e i bisogni che ne scandivano il corso per rafforzare e dare concretezza a un senso di appartenenza nazionale sino ad allora più affermato che effettivamente vissuto.

I medesimi episodi li ritroviamo nella 1° Guerra mondiale che ha visto la mescolanza delle genti Italiche con presenze massicce di soldati provenienti dal sud del Paese, in soccorso ad un Italia del Nord che voleva disegnare e riscrivere i suoi confini; tutto questo sangue e dolore  per giungere fino al “ventennio” dove l’amor di Patria si e’ trasfigurato nell’idea nazionalista e chiusa di un’ Italia autarchica e repressiva.  E poi avanti, fino al nostro nuovo Risorgimento, che dopo la seconda , brutale Guerra mondiale si e’ avviato con la Resistenza, che  ha restituito dignità ad un Paese lacerato dopo i lunghi anni di dittatura.

Tra le tappe che non possiamo dimenticare: il 2 giugno 1946, dopo le macerie e le guerre le donne in questo Paese per la prima volta potevano non solo ascoltare, ma anche prendere parte attiva alla vita politica e lo fecero fin da subito, votando in massa e contribuendo  ad eleggere 21 deputate (su 560). La loro formazione politica si era svolta principalmente accanto al marito e al padre. Conquistarono il diritto alla cittadinanza partecipando attivamente alla Resistenza, pagando spesso personalmente e a caro prezzo le loro scelte, come Adele Bei (condannata nel 1934 dal Tribunale speciale a 18 anni di carcere per attività antifascista), Teresa Noce (detta Estella, che dopo aver scontato un anno e mezzo di carcere perchè antifascista venne deportata in un campo di concentramento nazista in Germania dove rimase fino alla fine della guerra) e Rita Montagnana (che aveva passato la maggior parte della sua vita in esilio). Come la giovanissima Nilde Iotti, che era stata durante la Resistenza prima responsabile dei Gruppi di Difesa della Donna e poi portaordini (verrà nominata nel 1979 Presidente della Camera, prima donna nella storia della Repubblica e confermata fino al 1992); come Angela Gotelli della Democrazia cristiana che aveva partecipato alla Resistenza nel parmense e Angela Guidi Cingolani, la prima donna che sarà chiamata al governo, come sottosegretario, nel VII governo De Gasperi.

Una sola ma importante veneta tra le “madri costituenti”, la socialista padovana Angelina Merlin, che contribuì alla stesura dell’art. 3 della Costituzione, che s’impegnò per modificare l’art. 31 sulla protezione della maternità e dell’infanzia e l’art. 37 sui diritti delle lavoratrici.

Quella Costituzione che tanto acume contiene da risultare attuale e comprensiva di visione politica e diritti e doveri come nessun altra al Mondo. Quella costituzione di cui oggi ricordiamo l’articolo 5 che tra i 12 fondamentali, iscrive l’unità e l’indivisibilità della Repubblica Italiana ” madre”  rispettosa dei suoi    millenari e fondanti Comuni.

Tra le donne che hanno fatto la Resistenza e contribuito con il proprio lavoro alla nascita della nuova Repubblica Italiana, vorrei ricordare infine Tina Anselmi veneta di Castelfranco, che studentessa nel settembre del 1944 fu costretta ad assistere all’impiccagione di decine di giovani renitenti e partigiani a Bassano e che da qui assume la scelta di dedicarsi alla politica buona, quella libera e che libera gli oppressi.  Staffetta partigiana e poi sindacalista delle tessitrici venete, esponente di spicco della Dc, madre nobile della democrazia italiana. A lungo parlamentare fu la prima donna ministro, ma solo  nel 1976. A testimonianza del ritardo con il quale le donne arrivarono a ricoprire ruoli di responsabilità.  Fu sua la battaglia per il voto alle donne, assieme a tante “suffraggette”di allora: cattoliche, socialiste, comuniste.

Voglio chiudere con il suo pensiero sul suffragio universale del’ 46 espresso nel 2006: “Me la ricordo come una battaglia importante e divertente, anche se io non avevo gli anni sufficienti per poter votare. Ho fatto tanti di quei comizi, tante di quelle riunioni con le donne. Era una cosa stupenda. Se io penso agli incontri con le donne, a quanto erano solari, solidali, piene di vitalità e di speranza: una cosa stupenda, con tutti che si mobilitavano per andare di casa in casa. Il valore di quel voto era talmente importante che anche chi era dall’altra parte non si poteva opporre. Anche perché dietro c’era De Gasperi che, interrogato su che cosa si doveva fare, rispose che bisognava salvare la repubblica. Così De Gasperi concordò con Togliatti che era opportuno far votare le donne. E pensiamo anche che questo voto è stato dato in un contesto politico e sociale che ha visto 22mila donne partigiane: una cosa strabiliante. Anche se non si è mai parlato di quote rosa, questi fatti  ebbero un potere decisivo, dirompente. Nei momenti decisivi le donne hanno dimostrato di essere molto più avanti. Se io penso a che cosa è arrivato al mondo,  da tutto questo patrimonio delle donne, io dico che è stato incredibile“.

Ci piacerebbe Presidente che la coerenza tornasse ad essere un valore per la nostra politica, l’equilibrio della rappresentanza dei generi un obiettivo per far crescere democrazia e rispetto.

Buon Compleanno Italia; un Paese  cosi’ bello e così unico: l’Italia unita, forte  e autenticamente federale. 

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