Electrolux

1° Maggio, un giorno per la dignità dei lavoratori Electrolux

Questo 1° maggio sarò a Pordenone alla manifestazione nazionale organizzata dai sindacati e che quest’anno ha un valore simbolico ancora […]

Questo 1° maggio sarò a Pordenone alla manifestazione nazionale organizzata dai sindacati e che quest’anno ha un valore simbolico ancora più importante a fronte della vicenda che coinvolge l’Electrolux di Porcia e il destino dei suoi lavoratori. Sono centinaia le famiglie dei dipendenti di questa impresa e di altre aziende dell’indotto – che ben poco si considerano quando si affronta il tema di una ristrutturazione industriale – che attendono dai dirigenti del gruppo una certezza per il loro futuro. Questa manifestazione dovrà vedere il lavoro al centro ma uscendo dal rituale a volte retorico con cui spesso, in tanti, abbiamo celebrato la giornata del Primo Maggio. Questo tempo ancora così incerto, obbliga ciascuno di noi a rendere maggiormente chiaro quale sia la società alla quale aspiriamo e a cui vogliamo appartenere, con quale capacità di futuro, con quale umanità e tutela dei diritti. La crisi infatti deve essere vissuta anche come propulsore di nuove forme di politiche del lavoro meno mercificate e più coraggiose. Secondo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, art. 23, «ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione; ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro; ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia un’esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale». Sono principi che noi abbiamo fissato ancora prima nella nostra Costituzione e che abbiamo rafforzato attraverso lo Statuto dei lavoratori del 1970. Dentro questo quadro dobbiamo muoverci certo, ma favorendo novità che si profilano all’orizzonte per scuotere il mercato del lavoro e delle imprese e che intendiamo introdurre con il Jobs Act.
Sul caso Electrolux da parte delle istituzioni sono stati fatti dei passi in avanti notevoli, come la decontribuzione sui contratti solidarietà e il varo del decreto sulla riduzione Irap. La Regione Friuli Venezia Giulia è inoltre intervenuta con investimenti legati alla ricerca e allo sviluppo. Sono segnali che i vertici dell’azienda non possono che tenere in elevata considerazione. Lo possono fare riuscendo a garantire il mantenimento degli attuali posti di lavoro e un adeguato volume di lavorazioni. Lo stallo in atto dovuto al fatto che l’azienda pretende più produttività, meno pause e permessi, per un risparmio di 1,80 euro l’ora per addetto (sommato alla defiscalizzazione decisa dal governo si arriva a 3 euro l’ora), non consente molti margini. Sono sacrifici che i lavoratori difficilmente potrebbero accettare. Esiste poi un falso problema sul tema della produzione, dei suoi costi e della volontà di delocalizzare. L’azienda ha giustificato l’intervento sui quattro stabilimenti, compresi Porcia e Susegana, e la fuga in Ungheria e Polonia, con la troppo elevata pressione fiscale presente in Italia. Problema vero in generale e che non nasce certo oggi, ma ugualmente non giustificante, se confrontiamo la situazione Electrolux con quella dei diretti concorrenti dell’industria del bianco. Questi infatti, pur avendo stabilimenti in Italia, hanno aumentato i loro profitti, anziché perdere ben la metà della propria quota europea di mercato come è accaduto al colosso svedese negli ultimi dieci anni. Se affrontiamo il tema partendo dalle corrette premesse, e ciascuno degli attori farà la sua parte – il che significa anche evidenziare errori non imputabili alle maestranze – io credo che arriveremo ad una risposta necessaria e adeguata.

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