Laura Puppato, l’outsider

“Sono portata a costruire, a trovare le soluzioni, come donna, madre, piccola imprenditrice e amministratrice pubblica” così si presenta Laura Puppato candidata alle primarie del Pd e ignorata dai media di Camilla Gaiaschi

Le donne, l’impresa e i diritti. A una settimana dalla sua candidatura, annunciata in un’intervista a la Repubblica, Laura Puppato torna a raccontare l’Italia che vorrebbe. Dall’altra parte della cornetta, l’outsider delle primarie del Pd, come già l’hanno chiamata, ha il tono pacato ma fermo di chi i problemi è abituata ad affrontarli: “Sono portata a costruire, a trovare le soluzioni, come donna, madre, piccola imprenditrice e amministratrice pubblica” spiega. Parla mentre aspetta il treno che da Venezia, sede della Regione di cui oggi è consigliere, la porta verso la sua Montebelluna. Sono le otto di sera, fa la vita del pendolare e non nasconde i propri dubbi: “Forse mi sono infilata in una faccenda più grande di me” ammette, “ma lo faccio con la passione di cambiare le cose, non capisco chi risponde alle delusioni della politica con l’astensionismo o distruggendo”. Di certo costruire è più faticoso, consenso compreso. Lei ci è riuscita in un fortino leghista, sindaca dal 2002 al 2010 dopo un lungo percorso nella società civile. All’interno del Pd ha “la fortuna di godere di una certa libertà”: “non ho capicorrente ma questo non sempre è considerato un valore”. Il silenzio dei grandi media dopo l’intervista? “Evidentemente non si intende togliere spazio alle candidature che meglio soddisfano i centri di potere”, spiega laconica. Nel partito, per il momento, l’unico ad averla appoggiata pubblicamente è Ivan Scalfarotto. Si dice che anche Pippo Civati, assieme a Stefano Boeri e Debora Serracchiani, siano interessati: prima di fare qualsiasi passo, però, attenderanno il 6 ottobre, quando l’assemblea nazionale varerà le regole per le primarie. Solo allora si espliciteranno le alleanze.

C’è chi dice che dietro la sua candidatura ci sia il segretario Bersani.. 
Voci malevoli. A parte i miei collaboratori più stretti nessuno ne era al corrente e non ho ritenuto di comunicarlo prima perché laddove condivisa questa scelta avrebbe rischiato di scatenare tensioni, critiche, pressioni per ritirarla. Ho voluto fare una scelta “pulita”. L’unico scrupolo è stato informare i miei colleghi di partito la sera precedente la pubblicazione e chiedere a Bersani un appuntamento per il giorno dopo, non volendo “inquinare” l’evento. È stata una scelta ragionata che parte dalla conoscenza di un mondo, quello politico, non facile.

Lei è una piccola imprenditrice e dalle sue dichiarazioni emerge una forte attenzione alle imprese “virtuose”. Cosa si può fare per promuoverle? 
Senza impresa non c’è lavoro e senza lavoro non ci sono lavoratori. Una politica matura ha il dovere di mettere in atto tutte le azioni legislative e le forme di finanziamento possibili per promuovere l’impresa di qualità. Negli ultimi dieci anni è invece avvenuto il contrario. Sto parlando da imprenditrice: mentre dal 2000 l’Europa scommette su un’industria innovativa ed ecologica, in Italia le prime tre manovre Tremonti hanno ridotto lo sviluppo industriale all’edificazione tradizionale. Abbiamo cementificato con i soldi dei cittadini in una logica dell’immediato, che ha mangiato territorio e lasciato scempi. La categoria degli industriali si è resa complice non capendo che una strategia di questo tipo era di corte vedute, senza prospettive autentiche di lavoro.

Ha citato gli industriali. Mi dica dei sindacati: nessuna responsabilità in questi anni di declino economico? Dopotutto il cosiddetto miracolo tedesco (+22% di produttività in dieci anni) è stato reso possibile anche da un modello sindacale fondato sulla dinamica del consenso…
Credo che il conflitto possa venire meno quando c’è conoscenza dei fatti e correttezza dei rapporti. Il caso Fiat è emblematico: solo condividendo i numeri e gli obiettivi è possibile fondare un patto che non viva di regole incerte, dubbie e provvisorie. Inoltre, in Germania nei cda siedono i rappresentanti dei lavoratori: solo in questo modo l’impresa non è più un nemico.

Come giudica allora della proposta Fornero sulla democrazia d’impresa? 
Positivamente, è lì che dobbiamo puntare. Il dipendente che viene coinvolto e si rende conto dei rischi dell’impresa è la condizione per un rapporto virtuoso tra parti sociali. Attenzione: io parlo dell’impresa vera, che non solo persegue l’utile, ma che rispetta il territorio, paga le tasse, difende la sicurezza dei lavoratori, fa innovazione. Un’impresa vera non ha paura di coinvolgere i dipendenti.

È allarme produttività. Come aumentarla senza diminuire i salari? Monti ha dato un mese di tempo per trovare una soluzione. La sua? 
Diminuire i costi indiretti delle aziende: abbassare il costo dell’energia, sviluppare le infrastrutture telematiche, velocizzare i tempi della giustizia, semplificare la burocrazia. Chiedo trenta giorni per tutte le procedure, controlli a posteriori, certezza del diritto. Promuovere l’impresa di qualità defiscalizzando gli investimenti nella ricerca, nelle tecnologie e nell’innovazione. Il governo Monti ha ridato credibilità all’Italia riducendo il costo del debito. Il passo da compiere ora è investire su lavoro e ambiente.

Un esempio?
L’Italia è un paese privo di materie prime ma vorace di energia, che però costa cara. Il caso Alcoa: nel 2009 il gruppo aveva minacciato di andarsene se non si fosse ridotto il costo energetico. Allora un governo “normale” avrebbe dovuto trovare una soluzione di lungo periodo: o mantenere l’azienda, e quindi investire in energia pulita e abbassare il costo delle bollette per imprese e cittadini, oppure dismetterla, ma allora si sarebbero dovute creare nuove forme di economia, investire in formazione, start-up. Fare quello che è capitato in altri paesi europei per reinventare un’industria. Invece hanno prolungato l’agonia con finanziamenti a perdere che hanno pesato sui contribuenti sapendo che dopo tre anni l’azienda avrebbe abbandonato gli impianti.

Molte donne guardano con interesse la sua candidatura. Era presente nelle piazze il 13 febbraio 2011 e in Regione si è battuta per il 50/50. Oggi è in discussione al Parlamento una proposta di legge sul riequilibrio di genere negli enti locali. La porterebbe anche a livello centrale?  
Lo ritengo fondamentale. Credo che le quote, nella misura in cui nella società agiscono forme di discriminazione che impediscono alle donne di concorrere alla pari, siano da perseguire nei luoghi in cui si decide.

In Italia l’occupazione femminile è sotto i livelli europei e le donne sono sempre più costrette a scegliere tra figli e lavoro. Secondo Save The Children sono 800 mila le mamme licenziate tra il 2008 e il 2009. Cosa si può fare?
Diamo merito al merito e recuperiamo l’idea di Prodi: 1000 nuovi asili e sostegno alle mamme. Portiamo la percentuale di Pil destinata alle politiche familiari, attualmente pari all’1,4%, ai livelli europei, promuoviamo l’accesso delle donne al lavoro. L’aumento del tasso di occupazione femminile aumenta il Pil e riduce il rischio di povertà. E questo perché il lavoro femminile genera altro lavoro.

Lei rivendica il suo essere cattolica: come pensa di colloquiare con la parte laica del centrosinistra?
Ci colloquio benissimo, il cardinale Martini lo ha detto: la chiesa è 200 anni indietro. Credo che la legge sulla fecondazione assistita debba essere rivista, è inaccettabile. Così come è inaccettabile non pensare che esistano tanti tipi di famiglia. È doveroso mettere chiunque, indipendente dall’orientamento sessuale, nella possibilità di costruire una famiglia, con tutto quello che ne deriva in termini di riconoscimento sociale, sussidiarietà, eredità, ecc. Così come dobbiamo dare cittadinanza ai figli di immigrati nati in questo paese.

La guerra ai consultori e l’obiezione di coscienza, praticata dal 70% dei ginecologi. Che ne pensa? 
I consultori impoveriti e chiusi sono il segnale che ci siamo allontanati dalla necessità di provvedere al mondo femminile, sono il segnale di come i diritti della donna di vivere e decidere della propria vita si siano progressivamente ridotti. Non prevenire, non mettere in piedi le tutele necessarie e non garantirle è un atto di crudeltà nei confronti del mondo femminile. (24 settembre 2012)

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