La maratona di Laura

di Daniela Serra La partecipazione delle donne alla maratona non è stata cosa facile da ottenere. Nelle competizioni olimpiche dell’ […]

di Daniela Serra

La partecipazione delle donne alla maratona non è stata cosa facile da ottenere. Nelle competizioni olimpiche dell’ antica Grecia alle donne non era consentito partecipare nemmeno come spettatrici. In età moderna è stato difficile convincere organizzatori e medici che anche le donne potessero correre una distanza così lunga. Ma diverse donne, nonostante tutto, sfidarono i regolamenti le consuetudini e i pregiudizi e ci provarono lo stesso. Partecipavano alle gare, anche se non ammesse ufficialmente, come la greca Melpomene che, alla prima maratona Olimpica di Atene del 1896, allontanata dagli organizzatori, costeggiò il percorso ufficiale e giunse comunque fino allo stadio. Poi fu la volta di Violet Piercy nel 1926 e quindi di Roberta Gibb che, anche se non ammessa ufficialmente e in totale anonimato, partecipò nel 1966 alla prestigiosa maratona di Boston. Ma nessuno si accorse di lei.

Dura e massacrante la maratona è una disciplina che è stata sempre ricca di forti significati simbolici. A scuola impariamo che la gara prende il nome dalla storia/leggenda di Filippide che percorse a piedi il tratto da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria degli Ateniesi sui Persiani .
Tutti ricordiamo l’immagine drammatica di Dorando Petri che, giunto per primo alle olimpiadi di Londra del 1908, fu squalificato sulla linea del traguardo perché sorretto da un giudice nel momento in cui stava per svenire.

Indimenticabile il trionfo a Roma nel 1960 di Abebe Bikila l’atleta etiope che correva scalzo.
Ma nel 1967 Kathrine Switzer, vent’anni, studentessa di giornalismo, si presentò alla partenza della maratona di Boston con il pettorale numero 261 e, con un cappuccio della canadese che le nascose i cappelli, iniziò la sua corsa. A dispetto di tutto e di tutti e anche di giudice di gara che, ad un certo punto della corsa, accortosi della presenza femminile, irruppe tra i maratoneti e la strattonò cercando di allontanarla via dal percorso.

A quel punto successe una cosa bellissima. Gli atleti che le stavano vicino reagirono immediatamente e, dopo aver allontanato il giudice di gara con veemenza e forse con qualche decisa gomitata, si misero attorno a Kathrine scortandola lungo il percorso e consentendole così di arrivare al traguardo. Kathrine completò la sua gara in circa 4 ore e 20 minuti e, ovviamente, non venne classificata. La foto che immortala questo momento e che fece il giro del globo (l’importanza dei media….) è stata considerata una delle 100 foto che cambiarono il mondo, perché simbolo di un istante in cui uomini e donne che corrono assieme infrangono un tabù ritenuto inviolabile ma allo stesso tempo profondamente discriminatorio e assurdo.

Kathrine ha sfondato un altro muro del suono (o del silenzio) e lo ha fatto per tutte le donne.
Anche Laura Puppato, prima donna in Italia candidata alla guida di governo, ha completato la sua maratona, nonostante i regolamenti, le consuetudini ed i burka mediatici : ha consegnato le firme di sottoscrizione della sua candidatura alle primarie. Come da regolamento. E lo ha potuto fare grazie alla mobilitazione capillare e generosa, decisa e ostinata di donne e uomini che, hanno voluto consentirle di terminare la sua maratona sfidando e rompendo, ancora una volta tutti assieme, un tabù inviolabile e discriminatorio. Come Kathrine, ancora una volta.

26 ottobre 2012

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