Renzi

La scelta

Care amiche, cari amici, sento il dovere di spiegare la mia scelta di ieri per chiarire il processo che mi […]

Care amiche, cari amici,

sento il dovere di spiegare la mia scelta di ieri per chiarire il processo che mi ha portato ad assumere una certa decisione, lo ritengo un obbligo, soprattutto nei confronti di chi mi ha sempre sostenuto.

Una piccola premessa. Ciò che è accaduto ieri non è banale, non è un semplice passaggio di testimone da un premier all’altro, dove gli attacchi sono sul modo, non proprio con il  “modus in rebus” suggerito dai latini, più che sul perché.

Si è stabilita una nuova lettura da dare alla legislatura, da governo breve di scopo, nato sulla scia delle grandi intese, a governo politico, incentrato sul PD, che miri al 2018. Ciò per riuscire ad attuare progressivamente quelle straordinarie riforme necessarie ma niente affatto facili e mettere a punto i relativi programmi economici. Sempre che i numeri lo consentano in Parlamento. È un salto di qualità che vede il partito impegnarsi direttamente nel governo, divenendone perno e guida, mentre, ricorderete, il governo Letta era formato da figure di seconda linea e aveva fatto della continua mediazione il proprio status. Oggi non è più così, il PD mette in campo il suo segretario e i suoi massimi dirigenti. Può non risultare simpatico Matteo Renzi, ma ha vinto le primarie per la segreteria con il 68% dei voti, è lui il leader legittimo del partito, consacrato dagli elettori e a lui è necessario dare fiducia e appoggio, se si vuol bene al proprio schieramento. Non si può paragonare Matteo Renzi, leader diventato tale attraverso la rottura con l’establishment dominante, grazie al voto democratico, ad Enrico Letta, nato e cresciuto all’interno del partito. Non ci sono termini di paragone e non c’è partita.

Non è stata una scelta a cuor leggero, per nessuno di noi, ma in particolare per chi è arrivato ai vertici della politica italiana per essere attore di un rinnovamento della classe dirigente e delle metodologie delle pratiche decisionali. Posso aver sbagliato a decidere di scommettere su un nuovo governo, ma mi auguro e credo di no, per il paese. E comunque ho riflettuto molto e questa scommessona andava fatta, impensabile continuare in questa che prima di Renzi avevo definito una pozzanghera, opaca e incapace di orizzonti. Quel che è certo è che non concederò un centimetro, né a me stessa, né al prossimo governo, vigilerò che raggiunga gli obiettivi con cui nascerà e che lo faccia nei tempi indicati, in ogni caso non accetterò una riedizione 2.0 del governo Letta.

Le elezioni erano forse una scelta più “pulita”, ma con quale legge elettorale e soprattutto con quale esito continuando così? C’è poco da dire, ma la percezione sempre più presente nel tessuto d’impresa e sociale italiano punta a considerare il PD il responsabile (unico) di ciò che accade, anche quando – vedi IMU – abbiamo solo subito senza puntare ad altra strategia o non avendo la forza per imporre nulla. Tanto vale assumersene la responsabilità agendo con direttamente. E qualche aut aut se sarà necessario.

Inoltre oggi la riforma elettorale non è pronta e ci sono forze che per ragioni di convenienza o mancato coinvolgimento lavorano contro la stessa. Anche volendo andare al voto a breve, dubito che si riesca ad arrivare ad una riforma completa prima di aprile/maggio. La scelta quindi non è tra un governo Letta di poche settimane e un governo Renzi di anni, ma tra un nuovo esecutivo e un prolungamento del governo Letta di alcuni mesi, forse più di un anno, considerato l’approssimarsi del semestre europeo. Avremmo solo prolungato l’agonia economica del Paese, creando ulteriore incertezza e provocando i mercati internazionali, con centinaia di miliardi di euro di debito da piazzare. L’Italia non è un’isola autosufficiente, ma è inserita in un contesto internazionale che non può essere dimenticato nel soppesare ogni decisione. Chi tira a campare, come Forza Italia e talune forze centriste, non ha interesse a velocizzare le procedure, chi tira a sfasciare tutto ne ha ancora meno. Per assurdo, un governo di legislatura, rassicurando anche coloro che temono la non rielezione in Parlamento può essere il sistema migliore per giungere ad una riforma in tempi ragionevoli. Non è bello, non è appassionante, ma questa è la situazione attuale e bisogna fare i conti con la realtà. Ad ogni modo se non ci sarà un vero cambio di passo, non ci sarà neppure un governo di legislatura.

L’ho definita una scommessona, che mette in dubbio la sopravvivenza dello stesso partito, andiamo in all-in consapevoli che, fallendo, ci presenteremo al voto senza poter negare le nostre responsabilità, ma avendo tentato il tutto per tutto alle condizioni date e con la faccia di chi non ha anteposto il proprio vantaggio a quello della nazione. Sono convinta che il primo, che non accetterebbe una permanenza ad oltranza senza frutti evidenti e obiettivi chiari a scadenza ma da raggiungere vi-si-bil-men-te giorno dopo giorno con molto lavoro, sarà  lo stesso Matteo Renzi.

Il PD è stato lasciato solo a reggere le sorti del paese e, ancora una volta, non si è tirato indietro. Averlo fatto avrebbe portato un ritorno di immagine di duri e puri, forse qualche punto percentuale in più nei sondaggi. Altri gruppi politici che si sono rifiutati di parlare con noi in origine della legislatura, hanno fatto, stanno facendo scelte diverse, più comode perché stanno al balcone e urlano, ma meno responsabili ed io continuo a ritenere che questa sia la strada perdente della politica spettacolo.

Forse soffriamo di un enorme complesso di Atlante, ma preferisco tentare e fallire, che sedermi in riva al fiume aspettando transiti il corpo esanime di un’Italia senza guida.

Per uno smisurato senso del dovere, non riesco ad arrendermi all’idea che il Parlamento più rinnovato e con la maggior presenza femminile della storia repubblicana, fallisca miseramente la propria missione e non tenti neppure di dare al paese le risposte che ha nelle sue corde.

Con affetto,

Laura

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