Senato

Intervento sul dissesto idrogeologico

Signora Presidente, onorevoli colleghi, sono contenta di intervenire dopo il collega Ruvolo del PdL, che ho ascoltato con attenzione perché […]

Signora Presidente, onorevoli colleghi, sono contenta di intervenire dopo il collega Ruvolo del PdL, che ho ascoltato con attenzione perché ha voluto tratteggiare, esattamente come hanno fatto la collega Nugnes, i colleghi del Gruppo del Partito Democratico ed altri che li hanno preceduti, la necessità e l’urgenza di lavorare sul tema che definiamo dissesto idraulico e geologico del territorio italiano di cui due grandi contenitori, per così dire, dovrebbero obbligatoriamente occuparsi.

Il primo è il Ministero dell’ambiente, che su questo tema ha già espresso la volontà, come ricordava correttamente il collega Vaccari, di portare avanti con determinazione progetti di legge che possano effettivamente riportare l’Italia nell’alveo dei Paesi comunitari per quanto attiene gli investimenti nella ordinaria manutenzione dei corsi d’acqua in particolare, ma non solo.

Vi è poi il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali. Il collega che mi ha preceduto è membro della Commissione agricoltura del Senato e quindi mi rivolgo, anche a lui quando dico che abbiamo opportunità straordinarie, di cui sarebbe opportuno che prendessimo atto quando parliamo del grave deficit e del grave ritardo che vive il nostro Paese su queste tematiche.

L’OCSE riferisce che, continuando di questo passo, nel 2015 in Italia solo l’11 per cento dei corpi idrici sotterranei raggiunger à gli obiettivi di stato ecologico fissati dalla direttiva sulle acque 2000/60/CE e che solo i due terzi dei corpi idrici di superficie riusciranno a rispondere al principio di buona qualità nella gestione degli impianti idraulici indicato, per l’appunto, nel 2000. Con riferimento ai canali, ai fiumi e a tutto quello che ha a che vedere con le reti infrastrutturali sotterranee, l’Italia sconta un grave ritardo, di cui è bene essere pienamente consapevoli, perché solo grazie all’analisi dell’esistente riusciremo a produrre (lo spero e me lo auguro), con un intendimento che mi pare comune e collettivo, un’inversione di tendenza rispetto al tema dei corpi idrici.

Ma scontiamo un’altra carenza: solo 530 comuni italiani su 8.092 hanno regolamenti edilizi che contengano prescrizioni riguardanti la gestione delle acque. Ciò denota come la politica non sia stata ancora in grado di comprendere quanta necessità di coordinamento vi sia in questo settore.

Un’analisi citata nella nostra mozione, che mi pare dovrebbe essere un po’ l’indicatore generale, denuncia che in vent’anni per riparare si è speso cento volte quanto si è speso per fare prevenzione. Basterebbe questo per convincerci tutti a lavorare a testa bassa sull’esistente.

L’acqua, dunque, è un grande assente nelle politiche di questo Paese. La direttiva sulle acque 2000/60/CE e la direttiva sulle alluvioni 2007/60/CE, citate dai colleghi, ci forniscono indicazioni che possono portarci, fin da subito, a fare ragionamenti molto concreti, come si conviene a chi deve trovare risorse per risolvere i problemi.

Vorrei innanzitutto fornire un dato: avremo a disposizione 280 miliardi di euro, una cifra enorme e straordinaria stanziata con la riforma della PAC (Politica agricola comune) nel settore del greening, che può portare ossigeno e, quindi, economia a tutte le attività di mitigazione ambientale, facendo in modo che non abbiano più, per le acque, gli alvei ristretti e vincolati di questi ultimi decenni e possiamo invece riqualificare, come accade in Svizzera e in Francia, i corridoi fluviali. Come abbiamo scritto nella mozione n. 29, dobbiamo recuperare e riconnettere le aree allagabili, riattivare la giusta e corretta mobilità dei fiumi, delocalizzare gli edifici e le strutture a rischio.

Per tale motivo, su questo tema non basta parlare per slogan, ma occorre davvero mettere in campo politiche che riescano finalmente a farci recuperare quelle risorse finanziarie che sono nella disponibilità dei Paesi più attivi in tale ambito. Finora noi invece siamo stati assolutamente silenti e molto spesso abbiamo lasciato quelle risorse nelle disponibilità del patrimonio europeo, restituendole di fatto ad una casa comune che ce le offriva per migliorare la nostra qualità ambientale.

Ora ciò non può più essere tollerato, così come non si può dimenticare l’esperienza di Paesi simbolo dal punto di vista del lavoro, che sono riusciti a realizzare importanti risultati. Mi riferisco ad esempio alla Germania, dove grazie alla banca KfW, posseduta all’80 per cento dalla Repubblica federale e al 20 per cento dai Länd distrettuali, è stato possibile finanziare quella quota dei patti di stabilità relativa a Comuni e Regioni che evidentemente non può essere reperita soltanto mediante le disponibilità finanziarie concesse dall’Unione europea, ma deve essere individuata all’interno del Paese.

Per citare la nostra realtà, sottolineo che all’interno del Consiglio regionale del Veneto, di cui sono stata membro, tante volte ci siamo chiesti se saremmo riusciti a trovare quel 20, 30 o 40 per cento che dovrebbe essere messo nella disponibilità della Regione piuttosto che dei Comuni per realizzare, ad esempio, quelle opere utili ad evitare che si ripetano le stesse alluvioni e le stesse calamità ambientali, che causano morti e feriti, oltre a produrre una riduzione del prodotto interno lordo del nostro Paese.

Ebbene, facciamo anche noi come la Germania, cioè rendiamo disponibile la cassa depositi e prestiti per questi finanziamenti, oppure rivediamo i patti di stabilità in modo tale che i nostri Comuni e le nostre realtà locali possano effettivamente avere le risorse necessarie per mettere in ordine un territorio che è stato disordinatamente organizzato e che paga lo scotto di questa cattiva organizzazione.

Quando parliamo di grandi opere, non diciamo mai che cosa esse producono in termini di occupazione: la manutenzione ordinaria produce da 10.000 a 20.000 posti di lavoro per ogni miliardo investito. Si tratta di una quantità enorme perché si moltiplicano i posti di lavoro per ogni miliardo investito rispetto alle grandi opere. Per garantire la manutenzione, è necessario un miglior coordinamento nazionale rispetto ai distretti idrografici, dei quali è nota l’importanza e che magari potrebbero essere portati da otto a nove, cercando di coordinarli in modo puntuale ed efficace, cosa che fino ad oggi non è assolutamente riuscita nel nostro Paese.

Tutto ciò può riportare l’Italia ad un benessere non solo materiale, ma anche ambientale, che è stato perduto, e può rappresentare un’enorme opportunità di occupazione, cosa fondamentale per riuscire a gestire in maniera oculata e produttiva il territorio.

Utilizziamo, dunque, i fondi comunitari che ci vengono messi a disposizione dalla PAC per il greening; utilizziamo i fondi comunitari destinati esplicitamente al contrasto del dissesto idraulico e geologico; predisponiamo un piano coordinato, individuandone le responsabilità e ponendo come obiettivo anche l’efficacia della gestione, per quelle necessità che riteniamo ineludibili. Prevediamo, come è stato fatto in Francia, con le Grenelles, una grande forma di partecipazione collettiva, affinché effettivamente tutti i cittadini.

[...] Concludo, signora Presidente. Dicevo che con la partecipazione pubblica, può essere adeguatamente informata la cittadinanza: si mettano, nero su bianco, insieme a cittadini, realtà produttive ed associazioni, quegli obiettivi tangibili sui temi principali che sono assolutamente fattibili e che per il presente del nostro Paese rappresentano una necessità davvero ineludibile.

4 settembre 2013

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