Intervento all’incontro di Terni del Forum Ambiente del PD con il vescovo Vincenzo Paglia sul tema “Etica e ambiente” (4 marzo 2011)

Buongiorno a tutti e soprattutto a coloro che hanno scelto insieme a noi di ragionare intorno a un tema, lavoro […]

Buongiorno a tutti e soprattutto a coloro che hanno scelto insieme a noi di ragionare intorno a un tema, lavoro e ambiente, o, come diceva prima Sergio Gentili, le nuove frontiere dell’etica. Mi permetto di tornare indietro, nel senso che probabilmente il termine stesso di etica ci spinge a comprendere come e se abbiamo bisogno sempre più frequentemente di tornare a parlare di ambiente, di cosmo, di creato e anche di terra. Terra malata, terra che non è in pace con se stessa, né con gli uomini.

Evidentemente, il tema che si pone oggi è come mai l’uomo ha proceduto in maniera così sostanzialmente eccessiva, priva di rispetto, priva di attenzione, priva di quel principio di precauzione che dovrebbe essere all’origine di qualsiasi azione: la valutazione delle conseguenze di ciò che si fa. La valutazione opportuna, quindi, di un’azione di intervento, qualunque esso sia, in funzione di ciò che questo produce in  termini di effetti. Quando Sergio mi ha accennato all’ipotesi di fare questo incontro e poi mi ha detto che con noi ci sarebbe stato mons. Paglia, ho pensato più che altro  alla possibilità di poter ascoltare una figura così illuminata.

Sono qui anche, e soprattutto, per quello e devo dire che, pur avendo una religiosità di tipo minore – nel senso che non sono una persona che frequenta in maniera così assidua – mi capita di frequentare la Chiesa  sempre più spesso e con soddisfazione. Perché possiamo rinvenire davvero un senso alla cosa comune soprattutto nelle espressioni che troviamo nella Chiesa, che è rappresentata, appunto, da elementi più illuminati che svolgono questa funzione – diciamo – moralizzatrice, nel senso più etico, più sociale, più civile all’interno della nostra società.

Che cosa sta accadendo all’Italia e al mondo? L’Italia è esattamente una realtà inserita nel mondo occidentale con aspetti che ne hanno caratterizzato la politica, nel corso degli ultimi decenni, che non ci distinguono in termini positivi. Caso mai, se mi permettete, in termini negativi rispetto ad altre realtà occidentali per scelte fatte in ordine al bilancio nazionale su innovazione e attenzione alle politiche energetiche.

E visto che per politiche energetiche si intende sempre energie da fonti rinnovabili, vorrei dire che si parla molto meno di biodiversità, di parchi, di attenzione, per esempio, al recupero di una energia negativa che è, appunto, quella che non serve, che non si utilizza. 

Giorni fa qualcuno diceva giustamente che, invece che continuare a parlare di megawatt, dovremmo parlare di negawatt. Cominciare a parlare di ciò che potremmo fare normalmente esistendo, semplicemente migliorando l’efficienza energetica di ciò che già ora è alla nostra portata nei processi industriali, nella mobilità, ma anche negli edifici e in altri ambiti. Con questa attenzione prioritaria verso il fatto di avere un’impronta sulla terra che non sia così evidentemente violenta per il fatto che utilizziamo più risorse in termini quantitativi di ciò che ci spetta di diritto.

Siamo oltre sei miliardi di persone su questa terra: non possiamo pensare verosimilmente di continuare a considerarci una enclave privilegiata. Evidentemente, il principio di solidarietà internazionale e mondiale è un principio che deve essere principio guida nel momento in cui le azioni politiche vengono ad essere attuate e svolte all’interno della realtà regionale e nazionale.

Quindi è chiaro che da questo punto di vista, quando nel 1990 papa Wojtyla, all’interno della Giornata mondiale della pace affermava che la pace con il Dio Creatore passa attraverso la pace con tutto il creato e quello che manca è il rispetto per la natura, è un ordinato sfruttamento delle risorse e che questo produce un deterioramento della qualità della vita, e produce cupidigia, egoismi, precarietà, prevaricazioni, evidentemente diceva cose che si stanno verificando obiettivamente tutti i giorni ed è sempre più un problema sul quale dover porre un’attenzione generale.

Oggi possiamo dire che Giovanni Paolo II ha dato dimostrazione di una evidente capacità di previsione e con quelle  parole ha avuto l’intendimento di non fare sconti, di non essere morbido nei confronti dei governi del mondo e anche degli uomini, perché tutti abbiamo responsabilità e tutti svolgiamo una funzione per quanto minore.

Che cosa è capitato di positivo nel corso di questi ultimi due decenni in particolare? Di positivo c’è stato il fatto che quell’invito, che era arrivato da più parti – dalla  parte più illuminata della scienza e dalla parte più illuminata della religione – chiedeva di unire gli sforzi a cui doveva seguire un’azione collettiva. Unire gli sforzi affinché, effettivamente, i responsabili nazionali non avessero uno sguardo limitato al proprio territorio, ma avessero invece uno sguardo di più ampia portata e si rendessero conto di come sarebbe stato  importante, fondamentale per la salvaguardia stessa del pianeta, ovvero la salvaguardia della salute di tutta la comunità umana e di tutte le realtà esistenti.

E abbiamo visto, nel corso di questi decenni, aumentare gli incontri internazionali, i G8, i G20, Rio de Janeiro, Kyoto.  abbiamo visto come la comunità internazionale si è posta alcuni quesiti e ha cercato di offrire delle soluzioni, di andare ad analizzarle, quindi a scegliere ed individuare dei comportamenti che potessero in qualche modo invertire una tendenza.

Con un’attenzione però che ancora oggi onestamente non vedo in questa nostra società. Siamo arrivati ad un punto tale in cui onestamente non è più pensabile semplicemente migliorare le proprie posizioni, accettando una sfida progressiva e in qualche modo di limitata responsabilità. Noi dobbiamo per forza di cose cambiare stile di vita, cambiare modelli di sviluppo. Non possiamo continuare a partire dall’ipotesi di una crescita del Pil senza ragionare intorno a quello che questo termine significa: non può essere solo produzione ed incremento di prodotti e incremento di consumi.

Inevitabilmente, dobbiamo arrivare a dire delle cose che sono a mio avviso evidenti, ma che non vogliono essere considerate tali perché richiedono uno sforzo massiccio, uno sforzo culturale fondamentale. E da questo punto di vista, le Istituzioni e chiunque svolga compiti istituzionali deve farsi portavoce di questa necessità di fortissimo cambiamento. Non è più tempo di fare sconti, non possiamo più permettercelo.

E parlo dei fatti climatici accaduti, degli aspetti sanitari correlati, della stessa necessità oggi sempre più evidente di avere un mondo in equilibrio che non può passare se non attraverso un criterio di giustizia generale, un sistema mondiale in cui la giustizia non possa che essere rappresentata da solidarietà, equità, dove paesi ricchi e paesi poveri non possano essere gli uni depredati e gli altri implementati egoisticamente di risorse recuperate attraverso questa loro attivazione di un potere assoluto.

Abbiamo detto che la salute fisica e mentale dipendono dall’ambiente. E abbiamo degli esempi recenti. A me pare evidente quello che sta accadendo anche in larga parte del nostro paese sul tema rifiuti. La disattenzione, la negligenza, l’incapacità di portare avanti politiche di attenzione in questo senso stanno diventando elementi di caratterizzazione negativa sulla qualità non solo della vita in generale, ma anche della salute delle persone.

La stessa questione relativa alla grande problematica che, in particolare, colpisce le grandi metropoli, le città, ma anche tutto un ambito vastissimo che potremmo definire la pianura padana, dove ormai si cominciano nei convegni medici a quantificare i decessi da danno ambientale: 1.700, 1.500, 1.300. Insomma, cominciamo ad avere dei numeri che determinano il danno che stiamo producendo a noi stessi in relazione al fatto che non abbiamo cura dell’aria che respiriamo e dell’acqua che beviamo.

Non è pensabile oggi vivere in un paese che in  modo del tutto inverso. È dell’altro ieri il referendum in una città tedesca, dove peraltro il quorum è del 25%, che a suo tempo ha accettato l’ipotesi di privatizzazione dell’acqua e nella quale si tornerà a ripubblicizzare l’acqua. Noi stiamo andando esattamente all’inverso con la legge Ronchi. Stiamo andando a decidere di rendere l’acqua, invece che bene comune, un elemento di mercato, quindi un fattore economico.

La questione relativa al nucleare è un’altra faccia della stessa medaglia, di questa superbia eccessiva dell’uomo, che non considera le conseguenze di ciò che innesta. Continuiamo a dire che le fonti fossili sono limitate. E hanno sicuramente un tempo residuo più breve nei confronti del tempo dell’umanità, che ha il pieno diritto di chiedere di calcolare la propria vita residua in termini di millenni e certamente non di anni.

Eppure andiamo ancora oggi ad inserirci in un  filone che è quello del condizionamento che può derivare da una produzione di energia elettrica dall’uranio, che sappiamo anche questo essere un metallo fossile e per giunta localizzato in alcune aree geografiche del mondo con particolari problemi di carattere geopolitico e che, in ogni caso, ha un tempo residuo di vita estremamente breve.

Questo significa sostanzialmente che non abbiamo ancora imparato la lezione, che non c’è attenzione ai principi generali e alla cura che, invece, è indispensabile avere di una  produzione energetica e di un’attenzione ai beni comuni che caratterizzi la nostra come un’epoca che è stata capace anche di invertire una rotta che porta, inevitabilmente, alla distruzione e al disastro.

La pace mondiale, tra l’altro, ci vede ancora una volta citare questi casi. Mons. Paglia, che ha frequentato realtà politiche che sono state in forti conflitti, che hanno visto la distruzione dell’uomo e le conseguenze di guerre spaventose che lì vi sono state, conosce, così come le conosco anch’io e molti di voi, cosa significa la mancanza di pace.

La mancanza di pace è un elemento che ha un grosso rilievo da un punto di vista ambientale, perché non significa solo conflitto, ma che la conseguenza di quel conflitto è un danno, a volte permanente, a volte di durata lunghissima, per l’inquinamento dei suoli.

Se consideriamo che sono ancora in corso le bonifiche delle mine antiuomo in alcune realtà per un conflitto che si è chiuso quasi 20 anni fa, è evidente che stiamo dicendo che la pace, oltretutto, è un’esigenza fondamentale per evitare di andare ulteriormente ad aggravare una situazione di labilità e di tensione del nostro pianeta. All’interno della questione ambientale, il principio della giustizia è fondamentale.

E poi la solidarietà e l’equità – come si diceva prima – che sono elementi che non possono non essere valutati opportunamente. Quello che sta avvenendo con la realtà dei paesi più poveri del mondo in fuga, quello che sta avvenendo con la necessità di una terra che è diventata arida, che non è più in grado di fornire alimentazione, e quindi la deforestazione con la conseguente necessità quindi di procedere con la riduzione e l’abbattimento di intere aree forestali per tentare di trovare terreno coltivabile. Tutto questo rende evidente il fatto che noi non possiamo essere indifferenti e non occuparci di questo. Perché tutto ciò arriverà su di noi.

La gente quando ha fame non si ferma di fronte a nulla e non ci permetterà di vivere sonni tranquilli. Quindi gli Stati ricchi devono essere di esempio, devono essere i primi ad occuparsi di questioni che hanno a che vedere con la salute e con il progresso dei paesi più poveri.

La teologia, la filosofia e anche la scienza concordano nella visione di un universo armonioso e cioè tutti si rendono conto – chi studia in particolare il cosmo lo sa – che l’integrità di tutta questa realtà nasce da un equilibrio. E, seppure  nel dinamismo proprio di una terra in movimento dove gli uomini elaborano, lavorano ogni giorno deve esistere un equilibrio dinamico che renda possibile il mantenimento di una situazione dove la terra sostanzialmente resta integra per le generazioni future e viene considerato elemento primario per lo sviluppo di qualsiasi necessità.

Quindi, il nostro deve essere un no chiaro ad un edonismo e ad un consumismo, che non è pensabile  portare a incrementarsi e a dimenticare quella che è la funzione  stessa dell’uomo all’interno della realtà comune dell’universo. E questa questione ambientale applicata al lavoro deve vederci interessati su due questioni fondamentali. La prima è che gli interessi economici non possono venire prima del bene delle singole persone e anche di intere popolazioni. Ancora una volta la questione lavoro deve intersecarsi con il tema ambientale, che non è un tema settoriale. Il tema ambientale è un tema generale, che deve per forza di cose essere al centro delle politiche di tutti gli Stati.

E anche di questo dovremmo parlare, perché su questo specifico settore non mi pare il nostro paese stia facendo passi avanti, perché nel momento in cui la produzione ha preminenza assoluta rispetto alla dignità stessa dei lavoratori, evidentemente si mette un ulteriore vulnus, si inserisce un ulteriore elemento di difficoltà al prevalere del bene comune, del bene generale che deve riconsiderare come prioritaria la vita della persona umana e la vita delle collettività.

L’inquinamento e la distruzione di risorse sono un delitto contro natura e rappresentano il disprezzo dell’uomo. Le manipolazioni genetiche sono il frutto di una superbia che ci sta portando progressivamente alla deriva. Il tecnocraticismo insieme ad un’irriverenza che evidenziamo nel mondo del lavoro nei confronti dei lavoratori e anche delle materie prime, che sono indispensabili per la produzione, determinano un progressivo squilibrio mondiale, un incremento di questa difficoltà.

Qual è la funzione che noi abbiamo? È di essere pienamente coscienti del fatto che la  politica non può sedere attorno ad una tavola imbandita o godere di privilegi. La politica deve, per forza di cose, occuparsi di queste questioni, averle talmente a cuore da porle al centro della propria azione e rendersi conto che gli errori commessi – che partono appunto dal presupposto negativo di un intervento settoriale, di un suo intervento precario e provvisorio, che veda sostanzialmente un’attenzione temporale estremamente limitata della politica – non possono essere più concepiti come espressione di una buona politica.

Dobbiamo, per forza di cose, alzare l’asticella, portare la politica a ragionare, a credere, a coltivare il seme buono di una politica di istituzione. Che abbia, quindi, il coraggio di esprimere non soltanto concetti generali, ma piuttosto di portare all’attenzione di tutti la necessità di raggiungere insieme questa convinzione. Una politica che faccia crescere culturalmente questa società, che altrimenti è stata e rimarrà piuttosto addormentata.

Una società non più definita e utilizzata dalla politica come un insieme di consumatori, ma di cittadini; una società che crei le condizioni affinché si promuova nel breve-medio periodo una politica che intenda intervenire in maniera intelligente e capace.

Una politica che promuova tutto ciò che ha a che fare con un’etica del lavoro, della responsabilità, del rispetto individuale e sociale, con un’etica che ha a che fare con la solidarietà internazionale e con i principi di difesa vera, autentica del pianeta Terra, dell’aria, dell’acqua. Insomma, dei principi vitali, sostanziali di questa nostra vita e della tutela anche di colui che è stato posto a salvaguardia di questo, cioè l’uomo.

Come ricordava giustamente prima Sergio Gentili, per citare esattamente il tema così come è stato prodotto nella Genesi: all’uomo era stato concesso il dominio del pianeta, ma doveva svolgerlo con amore e con saggezza. Non poteva e non può permettersi di attivare una depredazione e un modello di sviluppo che non tenga in adeguata considerazione le risorse finite e le necessità autentiche dell’uomo.

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