Scuola, Università e Cultura

Scriveva Tolstoj che la cultura serve ad apprezzare di più la vita; dobbiamo aggiungere che sostiene positivamente ogni attività sociale e procura enormi quantità di lavoro, ma è un campo su cui abbiamo perso molto terreno, per questo va messo al centro di sforzi importanti. Oggi la scuola italiana si trova in pessime condizioni, come risultato inevitabile di scelte non fatte, di cedimenti alle sollecitazioni più disparate, di provvedimenti d’urgenza presi sotto la pressione degli eventi, dei tagli indiscriminati effettuati dai governi Berlusconi e soprattutto della mancanza di una politica scolastica di lungo respiro. Le numerose riforme e controriforme hanno condotto solo a confusione e inefficienza crescenti. Investire nell’istruzione e nella scuola significa investire sul futuro non solo dei nuovi cittadini, ma di tutto il Paese. Avere una scuola capace di trasmettere modelli alti, di stimolare la creatività e l’autonomia, di ottenere alti livelli di istruzione e cultura prelude ad una società competitiva pronta ad affrontare le sfide con i Paesi più avanzati. Inutile dire la politica dei tagli alla scuola è dannosa e riduce in modo drammatico gli standard della didattica.

Ecco i punti su cui mi impegno a promuovere politiche precise:

Il ciclo scolastico

Una buona scuola d’infanzia è il miglior investimento per il futuro di un Paese [...]. Sull’investimento iniziale nei servizi alla prima infanzia vi è un ritorno economico valutabile nella misura del 10%” (J. Heckman, Premio Nobel nel 2000 per le Scienze Economiche]. Se una buona scuola è il miglior investimento sui nostri figli e per il futuro di un Paese, dobbiamo pensare a come rendere più fruttuoso questo investimento fin dai primi anni di vita dei bambini. E’ da qui che dobbiamo ripartire.

L’asilo nido. Il nido è un diritto educativo di tutti bambini. Va scardinato l’assioma nido/servizio sociale per affidare questa competenza direttamente al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Bisogna “mettere in sicurezza” quelle strutture con alti standard qualitativi e investire in nuovi asili nido, necessari in tutto il territorio. Le rette relative vanno commisurate al reddito familiare. L’introduzione di maggiori detrazioni delle spese a sostegno dell’educazione dei figli nella fascia 0/6 per i redditi ISEE inferiori ai 20.000 euro offrirebbe un sostegno concreto alla genitorialità, in quanto permetterebbe un risparmio concreto e consistente per le famiglie – in media 100 euro al mese-. Questo innescherebbe una ripresa netta del servizio educativo e permetterebbe di ripopolare le strutture, con conseguente ripresa del lavoro femminile nel tempo.

Scuola materna. Il modulo delle 25 ore non permette lo svolgimento di una buona didattica per tutti e facilita la formazione delle cosiddette “classi ghetto”; i bambini, specie a questa età, hanno bisogno di tempi prolungati per socializzare e per imparare. Solo il tempo pieno garantisce tutto questo; le compresenze permettono il lavoro di tutti i bambini, nessuno escluso. Sostengo e propongo l’obbligatorietà almeno dell’ultimo anno della scuola materna: troppi sono i bambini che arrivano in prima elementare con difficoltà di inserimento sociale, specie quei bambini nati da genitori stranieri che spesso hanno anche difficoltà linguistiche.

Il ciclo scolastico primaria-secondaria. Attualmente articolato in 5+3 anni, questo ciclo potrebbe essere uniformato, dopo un percorso condiviso con le parti sociali, su un ciclo unico di 7 anni con la modalità tempo pieno o 30 ore su 5 giorni con compresenza. Punto irrinunciabile è la tutela dei diritti dei più deboli per cui serve incrementare il numero degli insegnanti di sostegno, affinché nessuno rimanga escluso o indietro. E’ imprescindibile favorire il successo scolastico per ogni giovane cittadino.

Qualità dell’insegnamento e livello dei docenti

Occorre elaborare un progetto di lungo termine capace di permettere a studenti e insegnanti di elevare i propri livelli di preparazione, vedendo riconosciuti meriti particolari. Un simile progetto comporta di valorizzare la figura dell’insegnante oggi depressa e maltrattata: le persone che hanno in mano le sorti dei futuri cittadini devono essere motivate anche tramite il riconoscimento di una professionalità adeguata e di uno stipendio correlato ai risultati. Come gli studenti devono affrontare una equa valutazione, allo stesso modo sarebbe bene introdurre criteri per la valorizzazione dei docenti (tramite valutazioni espresse dagli stessi allievi e sistemi di verifica obiettiva dei risultati raggiunti da questi ultimi), in modo di premiare i migliori in termini di valori di retribuzione e percorsi di carriera. Deve inoltre essere curato con particolare attenzione l’aggiornamento professionale a tutti i livelli, tenendo conto della rapidità con cui evolve e si trasforma la società. Nell’immediato occorre uscire dalla palude normativa agendo decisamente contro il precariato e avviando piani di reclutamento commisurati ai bisogni. Bisogna infine mettere in primo piano la continuità dell’insegnamento ponendo un limite ben preciso al balletto delle cattedre che ogni anno si ripete.

Università e ricerca

L’istruzione universitaria è un nodo cruciale per lo sviluppo del Paese, su cui puntare decisamente per tornare ad essere competitivi.

Anche ove la qualità dell’insegnamento è ancora buona c’è enorme dispersione delle risorse, perché le Università sono afflitte da troppe baronie che tendono a contendersi fondi e studenti e a gestire non sempre in modo specchiato assistenti e ricercatori. Anche a questo riguardo vanno introdotti strumenti di valutazione del corpo docente, con adeguata e continua attività di formazione e verifica.

L’Università sotto casa non è un vantaggio né un diritto. È necessario ridurre le sedi distaccate create da molti atenei nel periodo successivo alla riforma Berlinguer. Come auspicabile per la Sanità (pochi grandi Ospedali con alte prestazioni tecnologiche e specialistiche, su un tessuto diffuso di strutture di assistenza), nell’università si deve puntare a un adeguato, ma non eccessivo, numero di Università dotate di strutture e docenti di prim’ordine. Con i risparmi derivati si deve intervenire subito per ridurre le tasse universitarie e i costi dei convitti per gli studenti fuori sede.

È necessario attuare strategie – non solo economiche – volte a trattenere i nostri studenti e ricercatori migliori frenando la “fuga dei cervelli”. Università e istituti di ricerca vanno dotati di fondi adeguati per sostenere le attività innovative secondo parametri europei, mettendo in atto la valorizzazione di tutti gli attori e un sufficiente coinvolgimento del sistema delle imprese.

È necessario ridurre in maniera sostanziosa le retribuzioni per i livelli apicali; fissare un limite rigido alla presenza di ordinari nei dipartimenti: non più di un ordinario per materia, qualche associato e molti più ricercatori con uno stipendio maggiormente perequato ai livelli superiori (visto che i ricercatori svolgono esattamente gli stessi compiti didattici e scientifici di associati ed ordinari); ridurre le figure apicali e direttoriali che pesano sul bilancio e quasi sempre sono figure di potere senza avere un ruolo chiave a livello didattico e scientifico; riformare la didattica con la soppressione del sistema dei crediti che danneggia pesantemente la qualità dell’insegnamento. Inoltre è necessario introdurre una valutazione dei docenti con un sistema serio che giudichi la qualità scientifica del lavoro svolto (ovvero un sistema ben diverso da quello dell’Agenzia di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, o ANVUR); restituire ai docenti il loro ruolo, ovvero la possibilità di giudicare serenamente la qualità degli studenti. Oggi questo, soprattutto a causa dei meccanismi di finanziamento che valutano i risultati ottenuti dagli studenti, non succede più.

Infine, bisogna introdurre il divieto di accumulare più incarichi secondo il principio “una testa, un lavoro”. Il sistema attuale comporta lo sfruttamento dei non strutturati e il fatto che un altissimo numero di docenti che lavorano nelle facoltà professionalizzanti (Medicina, Economia, Giurisprudenza, Ingegneria, Architettura) svolgono la loro attività universitaria solamente nominalmente, in quanto delegano tutto a collaboratori mal pagati, sfruttati psicologicamente e con scarse possibilità di portare a termine una carriera universitaria. Ecco perché chi insegna all’università lo dovrebbe fare come professione esclusiva.

Spettacolo dal vivo, audiovisivo ed arti visive

È necessario riconoscere all’Arte nelle sue molteplici espressioni, divise tra spettacolo dal vivo, audiovisivo ed arti visive, il ruolo sociale di veicolo di formazione e di trasmissione della Cultura, quindi di Bene Comune.

I tagli indiscriminati e progressivi ed un’analoga erosione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori del settore rendono sempre più urgente un tavolo di concertazione per l’elaborazione di una nuova legge, in linea con quelle della maggior parte dei paesi europei, non solo per la salvaguardia dei diritti ma anche per la valorizzazione delle singole professionalità.

 

Vedi anche voci correlate: