Lavoro, impresa, innovazione

“Senza impresa non c’è lavoro e senza lavoro non ci sono lavoratori”. Una politica matura ha il dovere di promuovere l’impresa di qualità; ma negli ultimi dieci anni in Italia è avvenuto esattamente il contrario. Mentre (a partire dal Duemila) l’Europa scommetteva su un’industria innovativa ed ecologica, in Italia le manovre di Tremonti focalizzavano come “nuovo modello di sviluppo” l’edificazione di vecchio stampo: cementificando ovunque con i soldi dei cittadini, in una logica ottusa di acquisizione del consenso che ha prodotto consumo di suolo agricolo e lasciato dietro di sé fabbricati inutilizzati, riduzione del reddito imponibile e dei valori immobiliari.

Lavorare in Italia

Lo Stato non può dare un lavoro a tutti, ma deve creare le condizioni perché le imprese trovino conveniente insediarsi in Italia. In primo luogo quindi è necessario semplificare le procedure per intraprendere una nuova attività e ridurre i tempi burocratici necessari per il rilascio di permessi, licenze, agevolazioni, etc. In secondo luogo è necessario garantire tempi certi nella definizione dei procedimenti giudiziari, affinché gli operatori economici abbiano la certezza di vedere riconosciute le proprie ragioni. Infine, ma non ultimo, lo Stato deve pagare i propri fornitori con la stessa diligenza che applica nel riscuotere i tributi.

La delocalizzazione delle attività manifatturiere è un fenomeno diffuso su scala mondiale e non si combatte né con gli incentivi né con le barriere doganali. Barack Obama ha affermato che negli USA il successo delle imprese non si deve al fatto che gli imprenditori paghino poco i dipendenti, ma a prodotti migliori, perché le imprese americane lavorano più sodo e con più intelligenza di chiunque altro. Questo vale anche per noi. Produrre in Italia deve essere conveniente perché i nostri prodotti sono eccellenti e la nostra genialità senza rivali. L’agro-alimentare. il design e la moda dimostrano che possiamo farlo, come pure le innumerevoli produzioni ad alto contenuto tecnologico di cui siamo leader mondiali.

Ma un’azienda che impiega lavoratori precari, fabbrica prodotti mediocri e scarsamente innovativi, fornisce servizi scadenti e di basso valore aggiunto, va senza scampo verso il declino. Ne segue che la strada della professionalità e della specializzazione è doppiamente virtuosa. Per questa ragione, nella scelta degli studi, i ragazzi devono cercare il giusto equilibrio tra ambizioni personali e mercato del lavoro, pena l’accontentarsi di impieghi sottovalutati e sottopagati. Nella scelta del livello di istruzione si deve inoltre tener conto delle proprie effettive capacità, per evitare di dare la preferenza a percorsi scolastici che poi non vengono portati a termine. La scuola deve essere fucina delle competenze e delle professioni, non una fabbrica di titoli di studio.

La via da intraprendere è dunque duplice: da un lato formazione, ricerca e sviluppo come fattori propulsivi della crescita, dall’altro nuovo impulso al Made in Italy, quale espressione dell’ingegno italiano. Ingegno che va tutelato anche mediante la certificazione dei suoi prodotti e una protezione dei brevetti più efficace di quella attuale. Un’agenzia indipendente deve garantirne l’autenticità, mentre, per le merci provenienti dai paesi extracomunitari, deve essere documentata la “eticità”, vale a dire che deve emergere l’eventuale ricorso a processi di lavorazione illeciti o nocivi per la salute. L’impiego di manodopera minorile o di lavoratori privi di difese sindacali o comunque costretti a lavorare in condizioni di sfruttamento deve essere reso noto al consumatore. Non si tratta di innalzare delle barriere ma di contribuire concretamente al miglioramento delle condizioni di vita di milioni di persone.

Lotta al precariato e alla disoccupazione giovanile

Il lavoro precario mina la coesione sociale del Paese. Lo sfruttamento di giovani e meno giovani genera instabilità economica e rende incerto il futuro. Nei i casi in cui il contratto a tempo indeterminato non risponde in pieno alle esigenze organizzative dell’imprenditore, si possono introdurre misure controllate di flessibilità che soddisfino le necessità aziendali senza tuttavia pregiudicare gli interessi dei lavoratori. La strada da seguire è quella della gradualità della tutela: più lungo è il periodo di lavoro, più stabile diventa l’impiego.

Va comunque riformata completamente la normativa sui contratti a termine, abolendo tutti quelli in vigore e creandone uno soltanto, ben strutturato, destinato alle attività di durata davvero limitata (perché stagionali o realmente brevi), prevedendo sanzioni severe per quei datori di lavoro che dovessero servirsi di lavoratori “a termine” per lo svolgimento di attività ordinarie. Il contratto di breve durata dovrà in ogni caso essere meglio retribuito rispetto a quello ordinario.

In Italia la disoccupazione giovanile ha raggiunto il livello record del 35% (tra le più alte in Europa, almeno 10% in più della media (il 26% in più della Germania) e la maggioranza dei giovani che lavora lo fa con contratti precari e con basse retribuzioni. Si continua a dire che la situazione è tale perché il Paese è cresciuto troppo poco nel decennio scorso ed ora è in recessione. Queste considerazioni, per quanto giustificate, non possono portare all’inerzia politica e ad accettare che per la gran parte dei nostri giovani non ci sia futuro. Lo Stato deve darsi e dare degli obiettivi di sviluppo a lungo termine, coraggiosi e sfidanti.

Occorre un accordo lungimirante fra sindacati e imprese, che contemperi gli interessi dei giovani e dei meno giovani, con l’obiettivo di ridurre la disoccupazione giovanile al di sotto del 15% entro tre anni, portando il precariato ai livelli marginali come dovrebbe essere.

Dall’altro lato è indispensabile che i giovani prendano coscienza del loro ruolo nella società, che accettino le sfide e le difficoltà dell’esistenza. Il nido protettivo della famiglia è rassicurante ma spesso controproducente ed i genitori non possono fare da “ruota di scorta” ai figli, anzi, devono dare loro quella spinta all’indipendenza ed all’autoaffermazione di cui spesso difettano. In questo le famiglie devono a loro volta essere aiutate da adeguate politiche della casa, che tengano conto anche delle esigenze dei giovani.

 

Vedi anche voci correlate: