Immigrazione e integrazione

Crescendo la popolazione immigrata in tutti i paesi europei, venute meno le illusioni che una grande e pacifica società multietnica potesse prendere forma senza traumi, ad oggi  l’Europa non ha ancora stabilito criteri condivisi su come fronteggiare i continui flussi di immigrazione. Naturalmente questo problema va affrontato, in primo luogo, tramite scelte responsabili di politica estera; ma molto si può e si deve fare anche con una gestione pragmatica del problema sul suolo nazionale. Dobbiamo prendere atto che la società occidentale tenderà sempre più a diventare eterogenea e variegata; che questo processo, in cui vengono a contatto culture tanto diverse, non è indolore; che è necessario rispettare i diritti umani e offrire un’accoglienza democratica e aperta, senza venire meno a tutti i principi dello stato di diritto. E dobbiamo sottolineare che questo deve essere vero in entrambe le direzioni: quella che concerne i diritti delle persone immigrate, e quella relativa a esigere da tutti, immigrati compresi, il rispetto delle leggi. Evidentemente (e specie in relazione ai diritti femminili) questo vale anche ove le nostre leggi siano considerate in eventuale conflitto con consuetudini importate come “tradizioni” religiose, conformemente ai dettami della nostra Costituzione: Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano (art. 8 della Costituzione Italiana). A questo proposito è estremamente importante cercare un vero dialogo con le comunità immigrate, senza rassegnarsi all’impotenza (spesso travestita da presunto “rispetto” per le tradizioni altrui) e senza abbandonarle nell’incuria che favorisce il crearsi di vere e proprie “società parallele”.

Le politiche verso gli immigrati ispirate dalle paure, che mettono tantissime persone in condizioni umane insopportabili, alla stregua di braccati, favoriscono quella disperazione e quei soprusi in cui si coltivano bacini di violenza e, soprattutto, di manodopera per la delinquenza organizzata. Bisogna dunque ridurre la clandestinità, portando alla luce quanto più possibile i rapporti di lavoro e rendendoli regolari.

Sul piano dell’integrazione è necessario operare in modo attivo perché tutte le persone che giungono sul nostro territorio siano accolte in modo da favorire la predisposizione a un rapporto di collaborazione degli immigrati con lo Stato e la popolazione ospite.

Ecco i punti su cui mi impegno a promuovere politiche precise:

Accoglienza e integrazione

Deve finire la vergogna dei Centri di Accoglienza e dei Centri di Identificazione ed Espulsione. Non si possono trattare degli esseri umani, in via pregiudiziale, come detenuti senza diritti, in modo da scatenare solo disperazione e antagonismo. È dimostrato che tali strutture non riducono il fenomeno dell’immigrazione clandestina, anzi, il più delle volte trasformano degli innocui individui in difficoltà in delinquenti. Dunque non solo hanno costi enormi a carico della comunità, senza alcun beneficio riscontrabile, ma essi stessi sono causa di numerosi problemi ulteriori, pieni di ricadute negative che andranno a pesare su tutta la società, sia economicamente sia in termini dell’accumulo di conflitti. Del resto respingere gli immigrati irregolari che riescono ad accedere al nostro territorio, oltre che inumano, è impossibile o perfettamente inutile; invocare questa “misura” come risolutoria è mentire sapendo di farlo. Appare molto più conveniente ribaltare completamente tutto il sistema dell’accoglienza, dandogli obiettivi precisi di contenimento del danno e, perché no, di fare magari di necessità virtù. Un modo conveniente potrebbe essere impiegare le decine di caserme sparse per l’Italia, oggi abbandonate, per ospitare gli immigrati durante un periodo di inserimento, in cui creare dei processi di “do ut des” che possono essere di controllo del fenomeno e di vantaggio per tutti. Processi che si basino sul costruire dei percorsi formativi di base, durante i quali venga dato loro modo di imparare a comunicare nella nostra lingua; vengano trasmessi loro i principi base della nostra Costituzione e delle nostre leggi, e venga insegnato loro un mestiere artigianale (muratore, giardiniere, etc.). Si creerebbe così una sorta di scuola-stage in cui, a fronte dei costi (che comunque già oggi nei “centri di accoglienza-lager” sono già molto alti) si investa su persone che possono essere introdotte meglio alla convivenza e all’integrazione e che, durante questi processi di formazione, possono rendersi utili in programmi di recupero e restauro di edifici pubblici, che come sappiamo (le scuole ne sono un esempio drammatico), per mancanza di fondi oggi versano in pessimo stato. Si potrebbe obiettare che, inseriti in un simile programma, “le persone clandestine tenderebbero a scappare”. Può darsi; ma (a parte che questo concetto di “clandestinità” andrà superato) : si possono comunque ideare sistemi meno vessatori per mantenere un controllo su persone che non sono state ancora regolarizzate, in attesa di definire vere soluzioni (Qualunque sistema di controllo sembra infinitamente meno inumano che consentire una simile carcerazione nei campi di raccolta, condizione gravissima che oggi si protrae per mesi, e a volte anni, nelle condizioni più degradanti, senza alcuno sbocco). Si deve anche valutare se far gestire (con convenzioni statali) simili percorsi alle associazioni che dispongono di strumenti di mediazione culturale superiori a quelli della Polizia che oggi gestisce i Centri di detenzione.

Le persone immigrate, incluse quelle che si trovino in condizione di clandestinità, vanno tutelate nella salute: per un fattore umanitario e per evitare che si diffondano situazioni pericolose per tutti sul piano sanitario.

Nelle politiche relative all’integrazione vanno valutate con la massima attenzione tutte le opzioni che possano promuovere il ruolo positivo che possono avere le donne.

Cittadinanza e diritto di voto

Chi nasce in Italia da genitori stranieri e risiede in Italia non ha oggi gli stessi diritti di chi nasce da genitori italiani. Questo rappresenta una situazione di disuguaglianza e di ingiustizia in contrasto con la nostra Costituzione. Oggi circa il 15% dei nuovi nati ha genitori stranieri, un fenomeno che non può più essere ignorato. Ai figli di immigrati nati e residenti in Italia va concessa la cittadinanza italiana, applicando correttamente e  introducendo anche nel nostro Paese il principio dello ius soli. Chi nasce e cresce in Italia è italiano.

Il contributo economico dei lavoratori stranieri in Italia ha assunto dimensioni ragguardevoli, circa il 10% del PIL e il 5% delle entrate fiscali. Per questo hanno diritto al voto per la scelta del loro sindaco e delle amministrazioni locali.

 

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