Giustizia e sistema carcerario

Sul tema della giustizia vengono messi in gioco i diritti fondamentali dei cittadini e della democrazia. Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a un indebolimento della Magistratura, con la riduzione di risorse e l’introduzione di leggi volte a impedire la correttezza e la conclusione dei procedimenti giudiziari, riducendo pene e demotivando i giudici. Una giustizia equa e che garantisca tempi accettabili deve essere obiettivo primario per la prossima legislatura.

Ecco i punti su cui mi impegno a promuovere politiche precise:

La giustizia civile

Per i numeri che la caratterizzano (cause pendenti, persone coinvolte, valori controversi, ecc.) la giustizia civile è tema di importanza prioritaria: è il mondo della giustizia di un inquilino che ha problemi con il vicino come pure il mondo delle grandi battaglie societarie.

L’arretrato è immenso, anche a causa della esagerata litigiosità degli italiani. Per chiudere una causa occorrono anni e quando il giudizio arriva spesso è ormai inutile se non prescritto. L’obiettivo minimo è migliorare la nostra posizione, visto che siamo 156simi al mondo tra 181 Paesi OCSE. Passare da un decennio a 180 gg. per chiudere una azione civilistica e penale, deve essere l’obiettivo dei prossimi 5 anni.

Azioni virtuose messe in atto da alcuni tribunali hanno dimostrato che una migliore preparazione dei processi da parte dei magistrati eviterebbe, ad esempio, buona parte dei rinvii delle udienze. Anche questo rientra negli obiettivi di efficienza della P.A.

In concreto, va prima di tutto accelerato il processo, sottraendo a parti e giudici l’alibi della procedura come causa dei tempi lunghi. Il codice prevede una serie di udienze obbligatorie del tutto inutili, tra le quali passano mesi se non anche più di un anno. Il tipo di rito più semplice ed efficace è quello a suo tempo previsto dalla l. 689/81, che affida al giudice, nel rispetto del principio del contraddittorio, la regolazione del processo, potendo il giudice stesso esaurirlo anche alla prima udienza o facendolo sviluppare in più udienze, se necessarie. Occorre fidarsi del giudice e delle parti: è sufficiente che sia garantito e perseguito il principio del contraddittorio: tutte le parti (chi intraprende la causa, quello contro cui la causa è proposta, i terzi che possono essere chiamati in causa) devono avere la stessa possibilità di esprimersi nel processo. I tempi li deve regolare, e contenere il più possibile, il giudice. E’ il soggetto più adatto per fare le transazioni: altri organismi possono essere utili ma sono meno convincenti per le parti. Devono essere previsti sistemi premianti in termini di carriera per il numero di sentenze e di transazioni conseguite, e sistemi premianti anche per le parti, analoghe a quelli operanti nel patteggiamento penale.

I dati registrati nell’attuazione della mediazione civile obbligatoria, recentemente annullata dalla Corte Costituzionale per difetto di delega legislativa, seppure non particolarmente favorevoli inducono comunque a ripristinare con nuova legge delega l’obbligatorietà della mediazione stessa posto che nell’anno di attuazione della riforma il 48% delle mediazioni perfezionate hanno condotto ad un accordo transattivo.

La riduzione delle cause può essere ottenuta anche con la riduzione del termine di prescrizione per la richiesta di pagamento di somme di denaro (10 anni) e per i risarcimenti da fatto illecito (5 anni). Sono sufficienti tra 1 e i 2 anni, nei casi più gravi.

Un’area di particolare delicatezza è quella del diritto di famiglia e dei minori. Per fronteggiare tali problematiche vanno create strutture specializzate all’interno dei tribunali ordinari che si occupino di tutto quanto riguarda la persona, che è tema di alta conflittualità e disagio sociale (coniugi, minori, situazioni di bisogno all’interno delle famiglie), eliminando strutture autonome come il Tribunale dei minori che non presentano caratteristiche strutturali idonee a sviluppare efficienza ed omogeneità decisionali. E’ sorprendente la permanenza della diversa competenza su figli legittimi (tribunale dei minori) e figli naturali (tribunale ordinario).

La giustizia penale

Il processo penale è uno strumento fondamentale per la sicurezza della comunità nel suo complesso e per la tutela dei singoli (imputati e danneggiati). Gli obiettivi da perseguire in materia sono quello della competenza dei giudici e della celerità.

La competenza si assicura con la specializzazione e la verifica dei risultati dell’azione dei magistrati da parte del Presidente del singolo Tribunale. La specializzazione é incompatibile con l’ancora non infrequente passaggio dal civile al penale e viceversa. Meglio mantenere il magistrato nella stessa area professionale (anche considerato l’accorpamento delle sedi, che consentirà di avere un numero rilevante di magistrati nello stesso Tribunale). Per assicurare imparzialità e per evitare radicamenti non positivi sul territorio, si tratta di applicare rigorosamente i limiti di durata massima della permanenza in una determinata sede geografica.

La celerità va perseguita in primo luogo con la riduzione del formalismo, che è spesso vuoto ossequio alle regole (sentenze Carnevale), che fa perdere di vista la sostanza del problema e che determinano anche il rifacimento di parti del processo con impressionante perdita di tempo. Vanno quindi ridotte le possibilità di far valere le nullità del procedimento legate anche a banali adempimenti come le notifiche (una mano la darà l’informatica).

In secondo luogo, occorre prevedere una più rapida decisione sull’avvio o archiviazione del procedimento penale, eliminando fin da subito tutti i procedimenti che si basano su notizie di reato che non presentano sufficienti elementi per giustificare un’istruttoria. L’obbligatorietà dell’azione penale va comunque confermata, costituendo un valore imprescindibile, anche se del tutto inattuato, posto che è pacifico che la denuncia del cittadino qualsiasi passa in secondo piano rispetto al caso clamoroso.

Dovrebbe essere imposto al Procuratore Generale della Repubblica presso ciascuna Corte d’Appello (considerato che le esigenze di tutela penale non sono identiche in tutte le parti del paese) di pubblicare in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario (cerimonia in gran parte meramente formale) il programma dell’attività penale, con indicazione dei procedimenti e le linee direttive annuali d’azione, stabilendo la possibilità di un contraddittorio nel corso dell’anno tra procura e autonomie territoriali, posto che la sicurezza di un’area è un bene che appartiene a quella comunità ed è il frutto di assetto scelto da quel territorio, rappresentata dal relativo livello di rappresentanza.

Un tema specifico di grande attualità e di importanza straordinaria anche sul piano economico nel campo del diritto penale è la lotta alla corruzione. Un segnale positivo è l’approvazione della legge puntuale ma la rilevanza è soprattutto comunicativa,  dato che non era tollerabile che nel panorama sconcertante dell’uso del denaro pubblico che la cronaca ha evidenziato negli ultimi tempi, si potesse pensare che il parlamento ostacolasse l’approvazione di un intervento in materia.

Ma il testo approvato è decisamente da migliorare, essendo afflitto in primo luogo da una impostazione connotata da ipertrofia normativa (80 commi in cui si parla di un po’ di tutto: si prescrive perfino la elaborazione di corsi di legalità per i dipendenti pubblici ad opera della Scuola superiore della pubblica amministrazione, che per giunta è stata da poco soppressa con il dl. 179/12) ed addirittura consentendo la candidatura di soggetti condannati, che prima sarebbero stati esclusi dalla partecipazione elettorale e riducendo alcune delle pene previste. Le leggi penali devono essere semplici, poche e chiarissime: ogni norma non necessaria è pane per la proliferazione del contenzioso.

Il sistema carcerario

E’ noto quanto la situazione carceraria italiana sia penosa e squalificante per il nostro Paese.

Per affrontarla seriamente è necessario agire su più piani, tutti urgenti, dunque contemporaneamente e in modo coordinato. La cosa più urgente è intervenire sul sovraffollamento che rende la situazione esplosiva: e – considerato che una grandissima parte dei detenuti è in attesa di giudizio – il primo modo è appunto “una giustizia equa e che garantisca tempi accettabili” (vedi gli altri paragrafi sulla giustizia). Un altro è di trattare diversamente da ora certi reati minori quali quelli legati al piccolo spaccio e alla prostituzione, che sono alla base di tantissimi arresti; su questo sarebbe opportuno aprire una profonda riflessione sulle modalità per legalizzare in parte le sostanze stupefacenti, in modo di sottrarre un grandissimo business alle mafie, e aprire la strada a strategie di recupero anziché di criminalizzazione. Lo stesso dicasi dei reati legati alla prostituzione (che dovrebbero vedere molto più penalizzati i comportamenti degli sfruttatori e dei clienti, che non quelli delle persone prostitute).

Vanno ricercate nuove soluzioni che individuino anche modelli innovativi di applicazione della pena, che combinino la carcerazione con il lavoro esterno utile alla società e funzionale ad una vera riabilitazione del detenuto. Altri accorgimenti possono essere applicati per migliorare concretamente la gestione delle condizioni di semilibertà. In California, dove le pene detentive sono severe e spesso spietate, preso atto che la brutalità dell’ambiente carcerario non fa che aggravare la tendenza criminale del recluso, è stato intrapreso un esperimento di reinserimento “sulla parola” che si basa sul rapporto di fiducia tra Stato e detenuto, con pene flash per le infrazioni. L’assunto di base è che l’individuo modifica i propri comportamenti in risposta ad una pena veloce e certa, non necessariamente severa e che porti a ulteriori conseguenze in caso di continue recidive.

Ma soprattutto: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (art. 27 della Costituzione italiana); tutto il sistema va dunque re/impostato in modo che i detenuti, anziché rappresentare solo un costo che grava sulla società, e un pericolo crescente a causa di vissuti di disperazione che radicalizzano l’antagonismo, siano accompagnati in un processo di vera rieducazione in cui la loro creatività sia valorizzata e le loro competenze vengano accresciute. Il sistema della “scuola” carceraria, che produca anche beni utili allo Stato (sotto forma di restauri, per esempio, o di cura del verde), potrebbe essere alla base di una serie di premi che accorcino la durata del periodo detentivo, aumentando lo spirito partecipativo del detenuto e rendendo in parte proficua l’applicazione della pena (sul piano morale e materiale). Il tutto, ovviamente, con grande attenzione verso la certezza della pena e soprattutto a impedire che persone potenzialmente violente possano essere rimesse in condizione di nuocere in nome della “buona condotta”.

Bisogna dunque valutare l’introduzione di meccanismi premiativi che, anziché premiare il detenuto perché non faccia delle cose (inteso in negativo, come avviene oggi), inneschi circoli virtuosi premiando i comportamenti di crescita culturale o legati a disponibilità verso terzi (ad esempio tramite la partecipazione di detenuti acculturati alla gestione di scuole, nelle carceri, rivolte all’insegnamento dell’italiano ai detenuti stranieri, o altri tipi di formazione, culturale o artigianale, in cui altri detenuti prestino proficuamente la propria opera).

L’organizzazione della Giustizia

Per quanto riguarda l’organizzazione, è imprescindibile e ovvio lavorare sulla informatizzazione, che ha un impatto non solo sulla celerità dei processi ma anche su aspetti di natura spiccatamente pratica ed anche economica come la disponibilità di spazi. Come si dirà a proposito dei recenti accorpamenti di sedi disposti dall’attuale governo, che ha soppresso 31 tribunali, 31 procure, 220 sezioni distaccate di tribunale (tutte) e 667 uffici del giudice di pace, si pone infatti il problema della collocazione di magistrati, personale e materiali delle sedi chiuse. A tali effetti, dovrà essere sviluppata al massimo la “dematerializzazione”, posto che lo spazio occupato dai fascicoli cartacei è impressionante per quantità e per costi.

In effetti, l’accorpamento di sedi, come detto decisa dal governo e che dovrebbe essere attuata entro il 2013, pone un problema di reperimento di strutture idonee nella sede centrale identificata. Spostare una o più sedi di Tribunale non è semplice e richiede normalmente un allargamento della sede di destinazione o il reperimento di nuove sedi. Nei casi assolutamente normali, dunque, si viene a determinare una spesa aggiuntiva che potrebbe anche essere nell’immediato particolarmente onerosa. Bisogna pertanto subordinare la chiusura all’analisi sull’impatto della chiusura stessa sui costi derivanti dalla medesima e sulle possibilità effettive di trasloco, per evitare un effetto peggiorativo della riforma rispetto allo stato attuale.

 

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