Le donne in politica: da invisibili a ingombranti?

La mobilitazione spontanea delle donne di fronte al degrado della nostra vita pubblica che vede un Presidente del Consiglio che […]

La mobilitazione spontanea delle donne di fronte al degrado della nostra vita pubblica che vede un Presidente del Consiglio che ha dimenticato la sua dimensione istituzionale, induce a riflettere su una questione che è la madre di tutti i problemi: la reale rappresentanza politica delle donne. Esiste nel nostro Paese un problema di democrazia paritaria e quindi rappresentativa delle diverse visioni e sensibilità.  Le donne sono molto poco presenti nelle istituzioni e nelle rappresentanze politiche. 

Quali le cause di questa debole presenza e di questa scarsa rappresentanza? Vi sono ragioni storiche dovute al fatto che le donne votano solo dal 1946 ed è solo da quel periodo che possono essere elette anche a cariche pubbliche. Esistono peraltro motivi di natura culturale e sociale ancora diffusi nonostante fior di esempi positivi al femminile in molti ambiti di governo e responsabilità. Difficile alimentare questo indispensabile convincimento nella società se si insiste nel non voler lasciare loro lo spazio per dimostrare sul campo le loro capacità. Esiste purtroppo, ed è ancora fortemente ancorato, un diffuso pregiudizio relativo alla scarsa capacità, inadeguatezza o inadattabilità della donna nel gestire situazioni di governo e comando. Dobbiamo dirci fino in fondo che, per alcuni aspetti, proprio le intrinseche caratteristiche maggiormente presenti nella  figura femminile, quali il rigore morale e  l’incorruttibilità associate alla necessità fisiologica di guardare alle proprie azioni con una prospettiva di futuro e non solo per l’utilità immediata, le rendono particolarmente preziose e pericolose agli occhi di una mentalità  italica propensa invece alla convenienza e alla mediazione al ribasso. Lo stesso sistema elettorale e l’organizzazione dei partiti produce poi un triste effetto combinato:  riduce gli spazi di azione nella sfera pubblica e la possibilità di misurarsi ad armi pari con gli uomini. I partiti infatti, risultando strutture fortemente centralizzate, grazie alla legge elettorale “a chiamata” possono gestire un potere enorme quando si tratta di scegliere i candidati. Un sistema che ad esempio nel Partito Democratico viene parzialmente rigettato grazie al ricorso a strumenti di democrazia partecipativa come le primarie oppure l’introduzione dell’alternanza di genere nelle liste elettorali e negli organi di partito. Diversa la situazione di crescita di rappresentanza se guardiamo fuori casa. 

Negli ultimi dieci anni in tutto il mondo la partecipazione politica delle donne è aumentata in media di quasi il 10%. Nel 2010 per la prima volta al mondo un Parlamento eletto è composto in maggioranza da donne e si tratta del Parlamento del Ruanda, in cui 44 donne (il 55%) siedono in un’Assemblea di 80 deputati. In Costa Rica le donne sono passate dal 19% al 35% in una sola elezione. In Sudafrica, grazie alle quote di genere, nella prima elezione nazionale le donne sono arrivate subito al 36%. Si tratta di casi particolari, ma come dimenticare che nei paesi scandinavi la diffusione della rappresentanza politica femminile è cominciata addirittura negli anni Settanta, molto prima dell’introduzione di qualsiasi quota? Nel Parlamento Europeo la rappresentanza femminile italiana è la ventiquattresima in termini proporzionali (su 27 Paesi): solo Repubblica Ceca, Lussemburgo e Malta sono messi peggio. Alla Camera le donne sono 133 (il 21%); le senatrici sono appena 59 (il 18%). Le donne sindaco sono appena il 10% e le presidenti di provincia il 12%; due appena le presidenti di regione. Nel “mio” consiglio regionale siamo solo 4 su 60, il 5%!

Non secondaria è infine la possibilità di incidere realmente sulle politiche per le donne, ad esempio attraverso il “bilancio di genere”, uno strumento che consente di allocare la spesa pubblica secondo criteri di promozione delle pari opportunità uomo-donna. Questo per realizzare un’effettiva distribuzione delle spese e delle entrate fra uomini e donne, attraverso la pianificazione e la valutazione delle modalità di attenzione e risposta ai bisogni di entrambi i generi. Le  politiche economiche condotte in ambito pubblico infatti non sono neutre, ma cambiano e hanno effetti e conseguenze differenziate: l’impatto delle azioni politiche su donne e uomini è necessariamente differente, poiché diversi sono i loro ruoli nella famiglia e nella società. Un sistema che è stato sperimentato per la prima volta in Australia nel 1984 e che è stato poi fatto proprio dalla Quarta Conferenza Mondiale sulle donne di Pechino nel 1995. Si può fare, di deve fare. 

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