Botta e risposta: Laura Puppato risponde a Lea Melandri.

PRIMA DOMANDA: (Lea) La prima domanda riguarda la messa sotto silenzio della sua candidatura alle primarie del centro sinistra. Il […]

PRIMA DOMANDA: (Lea) La prima domanda riguarda la messa sotto silenzio della sua candidatura alle primarie del centro sinistra. Il suo nome è comparso molto tardi. Questo, a dire  la verità, non mi meraviglia: la ragione è la stessa per cui il Pd, come del resto la sinistra in generale, ha fatto finta che non esistesse in Italia un movimento di donne –peraltro l’unico sopravvissuto agli anni ’70- presente oggi in tutte le città con migliaia di associazioni, centri antiviolenza, archivi, società di filosofe, letterate, economiste, librerie, case editrici, ecc. Un movimento che ha prodotto un grande patrimonio di cultura e pratica politica, di cui si è avuta testimonianza nel recente incontro nazionale a Paestum, ai primi di ottobre, e che viene dato per morto, salvo a farlo rivivere quando serve, come nella campagna contro il governo Berlusconi. Quello che invece mi meraviglia è che lei, nel momento in cui si candida, non faccia questa critica al suo partito: cioè il fatto che non abbia mai assunto la questione del rapporto uomo-donna (che non è la “questione femminile”. Le donne non sono un settore di intervento sociale) per il peso politico che ha, e non si chieda come mai le donne che ne fanno parte, e sono tante, risultino così poco visibili, perché “neutre”, assimilate a un modello di politica sostanzialmente maschile, nelle forme organizzative, nel linguaggio, nelle relazioni che crea.

RISPOSTA 1 (Laura): Ringrazio Lea per avermi rivolto domande che inducono a riflessioni importanti per tutte le donne, più ancora per la politica. Devo riconoscere che l’avventura di questa candidatura mi ha condotto a valutazioni nuove, proprio per i nuovi punti di vista che mi ha offerto. Per iniziare, sono rimasta sorpresa io stessa per la forza del sostegno spontaneo ricevuto dalle donne; ma quali? Oltre a tante amiche del mio partito, soprattutto da quelle della “base”, come si dice riferendosi a persone impegnate nella partecipazione civile, ma non per questo in carriera politica; e dal mondo del femminismo. L’occasione mi è cara, dunque, anche per ringraziare Nadia Fusini e Alessandra Bocchetti per le parole di fiducia che hanno speso per me. Proprio mentre la mia candidatura era stretta fra il silenzio (mediatico e di partito), e attacchi ingiustificati a un mio presunto bigottismo antiabortista, due autorevoli intellettuali femministe hanno mostrato la più serena libertà di giudizio: non mi hanno ostracizzata perché di un certo partito, o bollandomi aprioristicamente come “donna di partito”, ma hanno guardato spregiudicatamente alla mia storia personale e a quello che nei contenuti ritenevano essenziale. Fusini ha incoraggiato le donne a considerare la mia candidatura perché “è giusto che donne capaci, serie, e che soprattutto abbiano la coscienza dell’essere donna, arrivino dentro le istituzioni”, mettendo in primo piano il fatto che la mia storia mostra “cura del vivere”. E Bocchetti ha ricordato: “Puppato non ha avuto un percorso di femminismo, questo è chiaro, ma poiché è molto legata alle problematiche della vita quotidiana, è una donna che può stare molto vicina alle altre donne”, e mi ha riconosciuto anche “una capacità” di pormi, “nella politica, in modo talmente tanto diverso da quanto siamo abituati”, da poter rendere la mia candidatura “vincente”. Qualcosa di notevole, se si pensa che la maggiore opposizione l’ho ricevuta proprio con la scusa che la mancanza di notorietà rende “perdenti” (in totale spregio, dunque, del valore dei contenuti). Se l’ostilità dei media, e la freddezza degli apparati e degli opinionisti, si sono dimostrate ben più aspre di quanto fossi prima in grado di prevedere, posso ben dire che, al contrario, il sostegno delle donne è stato caldo ed estremamente incoraggiante. Al punto di vedere nascere un blog di donne di diversa provenienza che hanno trovato giusto spiegare le ragioni per cui mi sostengono. http://donneperlaurapuppato.blogspot.it/

Minore il sostegno delle donne impegnate in politica nei vari partiti, che in buona parte si mantengono fedeli ai loro schieramenti di appartenenza.
Ora… che le donne non vadano considerate un “settore di intervento sociale” mi è sempre stato chiaro, e per questo nel mio programma ho tenuto a precisare che “le cosiddette ‘politiche di genere’ riguardano tutti: la condizione delle donne investe trasversalmente tutta la società e non è un ‘problema’ a sè (come riguardasse un diritto minore) (…) ma il primo fronte su cui bisogna impegnarsi è quello per il radicarsi di una mentalità più evoluta, senza la quale anche l’applicazione di buone leggi risulta difficile”. Ma oggi mi rendo conto più che mai del primato di questa “questione culturale”, e si: mi trovo a guardare più criticamente al mio partito (e a tutta la politica) sulla questione del rapporto uomo-donna, in cui io stessa vedo nuove implicazioni. In fondo, prima di questa esperienza, non potevo comprenderne pienamente il portato politico. Forse anche avere al proprio fianco uomini capaci di apprezzare le donne e di sostenerne l’impegno (come ho avuto la fortuna di avere) fa abbassare un po’ la guardia; ma per una ragione o per l’altra anche noi donne, che pure questa questione la affrontiamo giorno dopo giorno nella nostra vita, non la esplicitiamo abbastanza: anziché farne una chiave di lettura per ampliare il nostro sguardo, finiamo per aderire al solo modello che da sempre ci viene proposto come fosse l’unico, senza vederne le trappole. E va detto: proprio lì si nasconde la ragione di un’invisibilità che è profondamente ingiusto considerare ineluttabile, e che al di là di tante belle parole mette le signore in condizione di non nuocere e restarsene fuori dalle stanze dei bottoni.

SECONDA DOMANDA (Lea): La seconda domanda. Oggi le donne sono molto più presenti che in passato nella sfera pubblica e alcune anche in ruoli apicali, ma non sembra che la presenza quantitativa sia di per sé portatrice di cambiamenti. Quello che manca, nelle donne che desiderano assumere responsabilità di rilievo, nella politica come nell’economia, nelle professioni, è un’analisi di che cosa è stato ed è ancora oggi il potere in mano a un sesso solo, un potere che ha escluso per secoli le donne e che si è costruito come se la sfera pubblica fosse libera, svincolata dalla riproduzione e conservazione della vita (crescita dei figli, cura della famiglie, degli affetti, ecc), facendo finta che gli esseri umani non siano fragili, dipendenti per gran parte della loro vita. A chi si candida a governare il paese, uomo o donna che sia, io chiedo come pensa di affrontare la divisione sessuale del lavoro, cioè la ragione per cui tante donne si autoescludono da responsabilità nella vita pubblica; come pensa che la politica possa intervenire su un’organizzazione del lavoro, che invertendo mezzi e fini, ha subordinato il “vivere” –la cura dei bisogni primari, ma anche la creatività, lo sviluppo di tutte le potenzialità di vita- alla produttività senza limiti, al mercato, al profitto”.

RISPOSTA 2 (Laura): Forse se le donne nella sfera pubblica e nei ruoli apicali non sono state ancora in grado di portare veri cambiamenti è perché (oltre a essere in netta minoranza), vengono “espresse”, come si dice, da quegli stessi apparati che di fatto non sono ancora maturi per una vera democrazia paritaria; è un discorso molto complesso su cui bisognerà riflettere molto.
Posso dire che intendo affrontarla, questa “organizzazione del lavoro che, invertendo mezzi e fini, ha subordinato il “vivere” –la cura dei bisogni primari, ma anche la creatività, lo sviluppo di tutte le potenzialità di vita – alla produttività senza limiti, al mercato, al profitto”.
Come farlo, sarà una lunga sperimentazione: non esistono ricette miracolose per una pronta guarigione da malanni che affondano le loro radici in una cultura così prevalentemente al maschile che attraversa profondamente tutti gli strati sociali e ne determina la mentalità. Ma certo mi è chiaro che la prima sfida da affrontare è, appunto, quella culturale.
Di pari passo devono andare gli obiettivi concreti, che fin da subito devono prevedere un diverso “paniere” rispetto a quello che forma oggi il Prodotto Interno Lordo, considerando gli elementi in grado di trasformare il PIL in BIL, cioè quella P di prodotto nella B di Benessere, perché questo è il vero valore da considerare, le donne lo sanno e lo vogliono. Un obiettivo che non ha nulla di utopico, come autorevoli studi già dimostrano, nonché l’interesse dimostrato da Unioncamere. Le cose a cui guardare sono tante; ad esempio che un diverso mercato del lavoro si fonda anche su una diversa amministrazione pubblica che deve colloquiare molto via web anziché solo “fisicamente” col cittadino e aprire la strada a quel telelavoro da noi ancora sconosciuto ma già frequente più a nord. Vanno incentivate attività capaci di rendere elastici gli orari, studiare contratti speciali per lavoratrici-lavoratori madri e padri, il tempo del lavoro va ridimensionato e contemporaneamente reso assai più efficiente a vantaggio del tempo per se e per i propri cari. Insomma una società più giusta passa anche attraverso scelte i cui effetti si avranno a medio e lungo termine ma l’importante è che l’obiettivo sia chiaro, ed è chiaro che questo non può avvenire senza un cambio profondo di mentalità. Come ci arriveremo? Ho molto cara la certezza (e l’esperienza) che non si finisca mai di imparare; il percorso avviato con questa candidatura mi ha già insegnato molto di nuovo e tanto c’è ancora da fare, in una strada in cui spero saranno molte le donne che mi accompagneranno.
Grazie ancora a tutte le donne che lo hanno fatto fin qui e anche a quelle che, pur sostenendo altri candidati, hanno trattato con lealtà la notizia della mia candidatura e hanno approfittato di questa occasione per discutere con franchezza di problemi che ci toccano tutte.
(Laura Puppato, 22 novembre 2012)

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