Rio+20

Verso Rio+20: problemi aperti e proposte

Rio+20, la Conferenza mondiale organizzata dall’ONU, convocata per affrontare la questione dello sviluppo sostenibile e della povertà nella fase attuale, […]

Rio+20, la Conferenza mondiale organizzata dall’ONU, convocata per affrontare la questione dello sviluppo sostenibile e della povertà nella fase attuale, costituisce un’occasione da non perdere. Per questo ci aspettiamo che l’Italia vi partecipi ai suoi massimi livelli, con il presidente Monti e con i ministri Clini e Passera e con una delegazione italiana autorevole che a nome del Parlamento italiano avanzi proposte e indichi obiettivi chiari ed utili.
A Rio non si deve andare per fare una celebrazione del ventennale, ma per ridare slancio alla prospettiva dello sviluppo sostenibile, cioè imprimere nuovo vigore alla necessità di trasformazione profonda dell’attuale modello economico e sociale in quanto esso non pone al centro i diritti della persona, delle donne e della tutela della natura; perché è un modello fondato su una vecchia cultura neoliberista, iniqua socialmente e irresponsabile verso la natura; perché ad esso manca la moderna ed essenziale categoria dell’integrazione tra economia, società e ambiente.
Lo sviluppo sostenibile, dopo oltre 20 anni, ha bisogno di indirizzi precisi e di scelte coerenti con le finalità. Non può continuare a essere una enunciazione, che affida alla spontaneità del mercato la sua realizzazione. Del resto il mercato è interessato ai profitti a breve, non si pone il problema della responsabilità sociale e ambientale ma guarda alla finanziarizzazione più che all’economia reale.
Da Rio in poi noi pensiamo che si debba andare verso un modello diverso e alternativo all’attuale, perché rispettoso dei diritti umani, della diversità di genere, che dia dignità al lavoro e combatta la povertà e le ineguaglianze; un modello di sviluppo che tuteli la natura affrontando con politiche integrate i cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità e l’avanzare della desertificazione; con basse emissioni di carbonio; sobrio nei consumi, efficiente nell’uso delle materie prime e che le riusi con il riciclaggio.
Anche il Consiglio europeo chiede che da Rio+20 esca una tabella di marcia, in grado di indicare scelte e azioni precise e una governance internazionale in grado di lavorarci e di verificarle. Questa è una giusta esigenza che condividiamo insieme a molti soggetti istituzionali e della società civile. Rio+20 si svolge nel mezzo di una lunga e pesante crisi di sistema e un quadro mondiale profondamente mutato rispetto a 20 anni fa. Da una parte, ci sono nuovi soggetti politici, nuove nazioni e nuovi popoli che nei passati anni si sono affermati ed hanno cambiato la struttura geopolitica del pianeta: la Cina, l’India, il Brasile, la stessa Africa. Dall’altra parte, si vive il tempo della crisi del modello di sviluppo liberista. Il tracollo del sistema finanziario ha sconvolto i bilanci degli Stati, ha provocato ondate successive di recessioni. In Europa le politiche di destra della Merkel per rispondere alla crisi hanno provocato drammi sociali, sconvolto la Grecia, messo in pericolo serio l’Euro e l’Europa. Si esce dalla crisi con politiche alternative su indirizzi fortemente qualitativi. Ma in questo contesto come si colloca la discussione sullo sviluppo sostenibile e la green economy, e quindi Rio+20? La transizione, per esser tale, va delineata negli obiettivi, negli strumenti, nei tempi e nelle responsabilità istituzionali e della società civile. La green economy sta dentro questo processo: è il volto della transizione stessa. Rio+20 la mette al centro “nel contesto dello sviluppo sostenibile e dell’eliminazione della povertà” ed è indispensabile che se ne evidenzino e indichino tutte le opportunità: sia per i paesi poveri, perché la green economy dovrà essere inclusiva e indicare processi economici nuovi, strade nuove, in grado di dare risposte significative e di sistema ai bisogni primari e alla aree più povere del mondo, definendo un terreno più avanzato di collaborazione tra paesi ricchi e paesi poveri; sia per l’Occidente che può cogliere innovative politiche antirecessive e un avanzamento dello sviluppo di qualità.

Riteniamo utile individuare delle priorità:
1) Energia: efficienza e rinnovabili, controllo prezzi del petrolio, riduzione dell’uso dei combustibili fossili e fuori uscita dal nucleare;
2) Acqua (bene comune) e servizi igienici (un diritto), Servizio idrico integrato e adattamento della rete idraulica/città;
3) Biodiversità: ecosistemi di acqua dolce e degli oceani, regolamentazione della pesca, tutela delle foreste, affermazione del valore dei servizi ecosistemici;
4) Cibo: innovazione qualitativa dell’agricoltura (qualità e produzioni), sicurezza alimentare e stabilità dei prezzi;
5) Suolo: governo del territorio, riduzione del consumo;
6) Ricerca e Innovazione: trasferimento delle tecnologie energetiche e idrauliche verso i paesi poveri.
Per Occidente e l’Europa servono: salto qualitativo dell’industria e della chimica, qualità delle merci, sistema industriale del riciclaggio dei rifiuti, mobilità sostenibile, riconversione dei settori in crisi e obsoleti, sviluppo di nuovi segmenti economici, di nuove professioni, moltiplicazione di imprese e di occupazione. Per l’Italia servono: difesa del suolo, tutela del territorio e della montagna, beni culturali, le città sostenibili, passaggio dalle politiche emergenziali alla normalità della manutenzione.
Con quali strumenti culturali, politici e istituzionali è possibile avanzare nella transizione?
Ecco alcune proposte:
- oltre l’attuale PIL usando nuovi sistemi statistici: valutazione dei servizi ecosistemici, contabilità ambientale, indicatori di benessere;
- sistemi di valutazione ecologica degli investimenti e degli incentivi (eliminare quelli dannosi all’ambiente e alla sicurezza del lavoro come le gare al massimo ribasso);
- la formazione culturale e professionale permanente e intergenerazionale;
- l’informazione sullo stato della natura in generale e a livello locale;
- l’educazione al consumo e ai comportamenti ecologici.
Va modificata la concezione degli investimenti con un intervento di risorse pubbliche come volano e orientamento di quelle private. Inoltre gli incentivi non vanno considerati come assistenzialismo o peggio come costi, in quanto essi sono ma una nuova forma d’investimento pubblico/privato per sostenere sia la domanda che lo sviluppo di nuovi segmenti economici cioè l’offerta. Vanno eliminate le sovvenzioni dannose all’ambiente e le gare al massimo ribasso.
Per la raccolta di risorse si può agire con la Tobin tax e la carbon tax (principio di chi inquina paga e della responsabilità collettiva e quindi anche della finanza verso la natura);
Prima di tutto, politiche coerenti. Numerose decisioni fin qui assunte nei diversi ambiti di discussione e/o legislativi, a partire dalle scelte operate nei vari G 7/8/20, nei diversi summit sull’ambiente piuttosto che dalle stesse direttive EU, sono state contraddittorie. È dunque necessario e urgente applicare con coerenza alla politica nazionale ed internazionale strumenti, indicazioni ed obiettivi coerenti con la necessità di programmare uno sviluppo sostenibile e monitorato.
La mancata pianificazione porta all’incapacità della politica di assumere decisioni determinate e rigorose. Si rimedia solo “costruendo” una nuova visione, anche utilizzando il portale delle positive prassi, che vanno dalle esperienze in campo industriale alla lotta contro la povertà e la crescita di coesione e sostenibilità ambientale.
Necessità di una vera GOVERNANCE. La forte crisi sociale è e può risultare propedeutica ad un inversione di marcia, che individui prima di tutto, nei beni comuni e nella pace gli elementi universali da proteggere e garantire anche perché l’uno funzionale all’altra. 
Affinché non restino parole vuote ovvero prive della concretezza necessaria, è obbligatorio si elabori una strategia “globale” che preveda:
1) la necessità di cambiare il meccanismo di costruzione del PIL, inserendovi gli elementi della sostenibilità oggi assenti; 2) la necessità di affiancare l’United Nations Environment Programme (UNEP) di Nairobi e l’ECOSOC “Consiglio economico e sociale delle N.U.”, al fine di garantire una governance sui temi sensibili per la vita del Pianeta e della sua biodiversità. Con anche il dovere di monitorare gli Stati membri e le loro politiche; 3)la necessità di costituire in Italia – 1 dei 3 Paesi EU che non l’hanno previsto – “Il Consiglio per lo sviluppo sostenibile”, dando finalmente chiaro ed esplicito rilievo al tema nel nostro Paese.

Come se ne viene fuori? Assumendo come propria la dichiarazione di Bruntland che nel 1987 affermò che lo sviluppo sostenibile è “quella forma di Governo in grado di soddisfare i bisogni del presente, senza compromettere quelli delle generazioni future”, risulta indispensabile utilizzare ed applicare semplici ma efficaci indici quali l’EROEI ovvero Energy Return On Energy Investment; ovvero il rapporto tra energia ottenuta dalla fonte ed energia impiegata per estrarla/produrla, in modo da certificare la sostenibilità del ciclo delle attività umane, compresa l’energia da cosiddette fonti rinnovabili. Tutto ciò si può conciliare con la sburocratizzazione e la riduzione dello spreco In presenza di politiche chiare, incentivi finalizzati all’obiettivo dato e controlli a posteriori. “Il pilastro ambientale” per sostenere il pianeta vede nelle energie rinnovabili, nelle materie prime, nell’acqua, nel suolo, nel miglioramento tecnologico rivolto all’efficientamento nella costruzione, nella produzione industriale e nella mobilità, nella produzione di un cibo sano e universalmente garantito i cardini di una politica delle istituzioni saggia e capace di futuro.

Laura Puppato (Responsabile Forum Ambiente PD)

 

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