Una riflessione su pensioni e vitalizi

Leggo commenti di ogni genere circa la manovra del nuovo governo Monti, in particolare mi colpisce l’altolà dei sindacati dei […]

Leggo commenti di ogni genere circa la manovra del nuovo governo Monti, in particolare mi colpisce l’altolà dei sindacati dei pensionati e l’alzata di scudi dei parlamentari in testa Mussolini e Dini, ma sottovoce molti altri… Forse vale la pena di fare i conti bene, la questione va inquadrata infatti tenendo conto però delle cifre effettivamente tolte da questa come dalle precedenti manovre che, lo ricordo, sui pensionati avevano già inciso con una riduzione al 90 e al 75% dell’importo previsto per l’aggiornamento dell’indice Istat sulla cifra superiore a 3 volte il minimo ovvero oltre i 1.382,91€ lordi. Oggi con la nuova manovra che si profila a seguito dell’art.24 comma 26 ai pensionati non verrà accreditato il nuovo aumento Istat 2011 per le pensioni lorde superiori ai 1.400 €, pari a ben il 75% delle pensioni oggi erogate dall’Inps che non verranno toccate, dunque verifichiamo che accade per la pensione di una persona di mia conoscenza, maschio di 67 anni, che ne ha una superiore di 1.200 € al limite esente da riduzione e calcolo, esattamente cosa implicherebbe per lui la manovra Monti. A fronte di una pensione lorda di 2.607 € e netta di 1.800 €, la mancata applicazione dell’indicizzazione Istat oltre i 1.400 € corrisponderebbe ad un mancato accredito pari a 6+8 € ovvero un totale di 14 € mese; anche ascoltando le sue attese e le sue speranze, non mi pare un dramma soprattutto se si considera che su 3 figli avuti, ben 2 non hanno un lavoro stabile e nessuno di loro, quando lavora, percepisce più di 1.100 € netti al mese. Dunque 14 € al mese in meno per un padre pensionato che percepisce almeno il 50% in più di un figlio trentenne e laureato che lavora da precario, ci può tranquillamente stare se in gioco c’è il futuro di un Paese da reimpostare, concependo prioritaria crescita e lavoro per i giovani. Va detto che la cifra fino a 1.400 € pare ormai accertato, vedrà l’applicazione al 100% dell’indice Istat e questo mette al riparo da contraccolpi le pensioni nette fino a oltre 1000 € cioè una cifra che molti dei nostri giovani sognano solo di ricevere come garanzia di una base per la sopravvivenza e l’autonomia che oggi, decisamente, non hanno. E dunque una società più giusta riequilibra anche i valori economici e generazionali in campo, senza tragedie.

Certo leggere delle alzate di scudi dei parlamentari per la prevista riduzione dell’indennità non depone per nulla a favore di questa classe politica; la proposta ulteriore per cancellare i privilegi, potrebbe essere quella di prevedere, per tutti, i rimborsi previsti – comprese le spese per la segreteria – solo a piè di lista e con produzione dei costi effettivi non a forfait come oggi. Sono 11mila euro al mese che i parlamentari dovrebbero giustificare e probabilmente i costi per lo Stato… crollerebbero. Oggi in Veneto e in Italia chi guadagna di più è chi lavora meno, infatti le norme forfettarie per i rimborsi spese – seppure assai diverse per voci e importi tra Parlamentari e Consiglieri – favoriscono indiscriminatamente chi non ha rapporti col territorio e non si muove molto per incontri e formazione come si dovrebbe fare e favorisce inoltre chi paga in nero – ed è il caso di quasi tutti i Parlamentari – il cosiddetto portaborse o segretario personale, invece che regolarizzarne la situazione con la positiva ricaduta d’avere un lavoro riconosciuto anche dall’Inps per chi oggi sta dietro le quinte e vive di precarietà. Queste norme insieme con l’evidenza bancaria che finalmente permette la visionabilità per il fisco dei conti correnti bancari, renderebbe più giusto il cammino difficile che sta facendo questo Governo e la sua anomala maggioranza. Ci aggiungerei una fissazione meno rigida per l’età pensionabile per le donne visto che, non vivendo in un Paese di piena occupazione come invece lo sono Francia e Germania, non possono da oggi a domani vedersi applicare le loro, stesse, norme pensionistiche. E’ noto a tutti che il tasso di occupazione in Italia non è al 60% ma solo al 46% e anche nel nostro Veneto la perdita di lavoro femminile in questi ultimi 3 anni è di un secco – 3%, questo significa che vi sono anni in cui i contributi Inps non verranno versati e slitterà inesorabilmente la pensione per le donne all’età di vecchiaia ovvero ai 67 anni. Davvero troppo, e troppo velocemente. Per il resto, non si spari nel mucchio ma si indivui quell’inversione di tendenza che ha un valore enorme per chi vuole guardare avanti.

“la Tribuna”, 14 dicembre 2011

Un commento

  1. Alessandro Borean scrive:

    Cara Laura,
    secondo me può essere che un padre in pensione prenda di più di suo figlio che è all’inizio dell’attività produttiva, il problema è un altro.
    Mi sembra che sia iniquo invece che ci sia la disoccupazione consistente e chi prende milioni di €.
    E’ iniquo che chi è dentro al mercato del lavoro, che è privilegiato, deve continuare a lavorare e chi è fuori del mercato del lavoro, che è la parte debole, deve restare fuori.
    E’ da ricordare inoltre che al padre in pensione se gli succede di non essere più autonomo non ha più davanti una vita per recuperare, è finito, vogliamo pensare anche a questo?
    Quello che secondo me manca a questo Governo è l’onestà intellettuale e mi spiego.
    Tutte le argomentazioni che ho sentito, in particolar modo sulle pensioni, sono fasulle.
    Dovevano semplicemente dire che si doveva far cassa e questa era una delle cose più semplici da fare.
    Domanda, se questo lo faceva Berlusconi cosa avremmo detto?
    Colgo l’occasione di farti gli auguri di un Buon Natale e felice Anno Nuovo.
    Ultima cosa, della convenzione dell’autostrada hai più saputo niente?
    Ciao

    Alessandro Borean

    Di seguito quanto ho scritto ad alcuni parlamentari e l’intervista alla Fornero

    Carissimi/e, Pierluigi Bersani, Simonetta Rubinato, Marco Stradiotto, Paolo Giaretta, Margherita Miotto, Stefano Fassina,

    non entro nei dettagli della riforma delle pensioni, ma una riflessione sulle argomentazioni che vengono date mi sembra doverosa.
    La riforma nasconde delle cose inquietanti.
    I mass media, ancora prima del Governo Monti, hanno cominciato una campagna informativa con l’intenzione di far credere alle persone che andare in pensione “fa male” e che quindi è meglio rimanere al lavoro.
    Si racconta che una persona che va in pensione, non avendo più lo stimolo del lavoro, si rilassa e diventa una persona non attiva, una larva.
    Si racconta che le economie che vanno bene sono quelle nelle quali si va in pensione tardi.
    Si racconta che dove si va in pensione tardi la disoccupazione è bassa.
    Mi fanno pena tutti questi grandi pensatori che si sforzano con tali argomentazioni.
    Ultimamente si è aggiunta il Ministro Fornero che sostiene, in allegato l’intervista, che gli imprenditori sono stimolati a mandare in pensione i più anziani perché sono le persone che hanno diritto a un reddito più elevato, a causa dell’anzianità. Allora per evitare questo, è meglio ridurre la retribuzione con l’aumentare dell’età: la persona più anziana, del resto, è meno produttiva, quindi deve costare meno, e se costa meno si può anche tenere in azienda.
    A me sembra che in questo modo il Ministro offenda la dignità della persona : l’uomo è ridotto ad essere considerato semplicemente un bene economico, che a seconda della sua efficienza nel corso della vita viene considerato tanto al €/kilogrammo.
    Il calcio mercato ha più dignità.
    Penso che il Governo, invece di tentare di trovare argomentazioni valide per sostenere cose in realtà non sostenibili, dovrebbe avere il coraggio di dire la verità.
    E la verità è semplice: si tratta di preparare un Istituto con un’ ottima redditività, depurato di tutto quello che non c’entra con il sistema pensionistico, da vendere al mondo finanziario, allo stesso mondo finanziario che crea la speculazione; per ripagarlo gli si prepara un contentino.
    Esempio privatizzazioni: a Montezemolo la tratta Milano-Roma, allo Stato la tratta Conegliano-Ponte nelle Alpi-Calalzo. Non servono commenti.

    Stiamo ottenendo i risultati dell’ubriacatura della deregulation incominciata dalla coppia, pensata vincente, Reagan-Thatcher lanciata all’inizio degli anni ’80.
    Il maggior successo di questa demenza si è visto nel mercato della finanza.
    L’idea della privatizzazione e l’auto-convinzione che questa sia una ricetta giusta, è frutto dell’inseguimento della folle idea della deregulation.
    Una domanda: ma quando abbiamo venduto tutto per far cassa, per sanare il bilancio economico, dove si troverà altra liquidità?
    Non sono un grande studioso di economia, ma per quel poco che ho studiato e imparato so che con la vendita del capitale non si sana nessuna attività economica, perché alla fine ci si trova senza capitale e con il conto economico negativo.
    Ma il professor Monti queste cose le sa? Immagino di sì. E allora?
    Un esempio: le frequenze radio televisive.
    Secondo me dovrebbe essere fatta una convenzione con un contratto di affitto, in maniera che lo Stato abbia il controllo del mercato, e questo inoltre assicurerebbe un’ entrata continua nel conto economico.
    Purtroppo mi sembra che siamo a livello di uso in conto gratuito, ancora peggio.
    E se lo Stato vende, non è che nel tempo per caso possa succedere che poi si trovi nelle condizioni di dovere riacquistare? Che meraviglia!.

    Già che ci siamo continuo con un’altra riflessione.
    Tutti raccontano che non servono regole, vige la deregulation come arma vincente. Ma perché allora i Capi di Governo insieme con la BCE dicono che devono essere trovate delle regole per uscire da questo tunnel?
    Mettetevi d’accordo!
    Sembra che le regole servano solo quando si devono difendere i privilegi di pochi.

    Quando le Banche combinano guai, perché devono essere libere, bisogna trovare una regola per ricapitalizzare, vale a dire trovare dei soldi pubblici, quindi di tutti i cittadini, per tappare i buchi.
    Si noti, si vanno a tappare i buchi che le banche hanno fatto portando via i soldi ai cittadini, quindi i cittadini devono pagare due volte.

    Ci sarebbe da parlare anche dell’articolo 18. A questo proposito vi chiedo di iniziare l’incontro, quando affronterete l’argomento, ricordando innanzitutto ai presenti che quanto sarà discusso riguarda l’uomo e il primo articolo della Costituzione.
    Questi devono essere i riferimenti.
    Una domanda: visto che nella manovra c’è equità, si dice, perché si è parlato di aliquote IRPEF sopra un certo reddito solo per un giorno?
    Per dare un po’ di parvenza si tassa il posto barca. Risultato: la Croazia ringrazia ed è felice perché ha saturato tutti i posti barca, che anche tecnicamente lasciano a desiderare.

    Perché ho messo come oggetto della lettera :” Dalla democrazia alla tecnocrazia” ?
    La democrazia è l’esercizio del potere di chi è stato eletto per la costruzione del bene comune, ma qui l’esercizio del potere è guidato dal solo aspetto economico.
    Questo non è solo problema del Governo Monti, ma anche dei governi precedenti che non erano privi di vincoli economici esterni.
    E’ vero quindi quanto afferma Crouch Colin nel libro “ Postdemocrazia”?

    Buon lavoro che riconosco essere molto difficile.

    Cordiali saluti

    «Sull’ articolo 18 non ci sono totem
    E dico sì al contratto unico»

    Di questa manovra non si può essere soddisfatti
    perché chiede tanti sacrifici agli italiani, ma è
    inevitabile Pier Ferdinando Casini, Udc Il ministro
    del Welfare «Nessuno si illuda che non interverremo
    Procederemo anche sulle casse dei professionisti Ci
    siamo trovati a gestire un’ emergenza» La Fornero:
    giovani, basta precariato Includiamo quelli oggi
    esclusi Non tuteliamo più al 100% gli iperprotetti

    ROMA – Adesso che la riforma delle pensioni è passata alla Camera e nessuno dubita che passerà al
    Senato, si possono tirare le somme con il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, economista, torinese, 63
    anni, che mai avrebbe pensato, fino alla chiamata nel governo Monti, di essere protagonista della
    riforma della previdenza più dura nella storia d’ Italia. Ministro, non ha usato la mano troppo pesante?
    Non poteva fare una riforma un po’ più graduale? «Noi, col decreto “salva Italia” ci siamo trovati in
    emergenza. Nei decenni passati erano state fatte riforme tutto sommato buone, ma è come se le
    avessimo accantonate proprio perché eccessivamente graduali. Questa volta la riforma non poteva che
    essere forte. La priorità è stata quella di mandare un segnale deciso all’ Europa sulla nostra capacità di
    riequilibrare il sistema secondo equità intergenerazionale». Lei aveva promesso equità anche sul fronte
    dei privilegi. Che cosa è riuscita a fare? «Intanto siamo intervenuti sui regimi speciali (elettrici,
    telefonici, trasporti, dirigenti d’ azienda, ndr), attraverso un contributo di solidarietà. Inoltre, per i
    lavoratori autonomi, che godevano di pensioni generose in rapporto ai contributi versati, abbiamo
    previsto un aumento graduale degli stessi fino al 24%. Infine c’ è l’ inasprimento del contributo di
    solidarietà sulle pensioni sopra i 200 mila euro, che io avrei voluto più alto del 15%». E per categorie
    come i militari e i magistrati? «Per questi c’ è un rinvio, ma solo per approfondire le specificità dei loro
    ordinamenti. Nessuno si illuda che non interverremo. Stessa cosa per le casse dei professionisti. Lo so
    che qui dentro c’ è buona parte della classe dirigente, ma sicuramente procederemo». Entro giugno, se
    non saranno le stesse casse ad autoriformarsi? «Il termine iniziale era il 31 marzo. E francamente ci
    sembrava più che sufficiente, visto quello che abbiamo fatto in 20 giorni sul sistema che riguarda tutti
    gli italiani. Alla fine hanno invece ottenuto tre mesi in più. Ma insomma…» Teme che facciano
    ostruzionismo? «Lo dice lei. Sappiamo che tutti o quasi questi regimi non sono sostenibili nel lungo
    periodo. Prima o poi non avranno i soldi per pagare le pensioni. Senza interventi, come immagina che
    finirà?». Me lo dica lei. «Come è già successo con l’ Inpdai (dirigenti d’ azienda, ndr). Che è finita sotto l’
    ombrello del soccorso pubblico. Vorrei evitare che questa storia si ripetesse». Alla Camera il governo ha
    accolto un ordine del giorno che chiede di togliere la penalizzazione (1-2%) per chi ha cominciato a
    lavorare giovanissimo e va in pensione dopo 42 anni. La correzione finirà nel decreto milleproroghe?
    «Posso dire che secondo me un briciolo di penalizzazione deve restare, perché è la logica del

    contributivo. Se vai in pensione prima di 62 anni ci vuole un minimo di disincentivo, perché non

    dobbiamo venir meno al principio che la pensione si commisura alla speranza di vita». Ma con questa
    crisi, anche occupazionale, ha senso tenere le persone al lavoro, in prospettiva, fino a 70 anni? «Siamo

    tutti concentrati sulla contingenza, ma questa è una riforma strutturale. Per funzionare ha bisogno di un
    sistema in crescita. Non ci possiamo permettere la stagnazione e tantomeno la recessione. Il punto è: il

    lavoro è ciò che ti dà la pensione. Un buon lavoro ti dà una buona pensione. Il messaggio è: non vi
    stiamo tagliando la pensione – al netto del blocco della perequazione dovuto all’ impegno al pareggio di

    bilancio nel 2013 – ma vi stiamo chiedendo di lavorare di più, perché questo vi premia». Lei crede che le
    imprese terranno le persone fino a 70 anni? «Qui tocchiamo una anomalia del nostro sistema. La

    previdenza è stata troppo spesso un ammortizzatore sociale, per cui tutte le riorganizzazioni d’ impresa
    sfociano in prepensionamenti. Accade perché se guardiamo alla curva delle retribuzioni, lo stipendio

    sale con l’ anzianità mentre in altri Paesi cresce con la produttività e quindi fino all’ età della maturità
    professionale ma poi scende nella fase finale, perché il lavoratore anziano è di regola meno produttivo.

    Da noi non è così e questo fa sì che le aziende risolvano il problema mandando i dipendenti più anziani
    e costosi in prepensionamento. Anche i lavoratori hanno la loro convenienza con la pensione anticipata.

    E lo Stato copre questo patto implicito tra aziende e lavoratori anziani a scapito dei giovani. Se vogliamo
    fare la riforma del ciclo di vita, è proprio per rompere questo patto: non ce lo possiamo più permettere».
    Ma come può il governo intervenire sulla dinamica retributiva, materia della contrattazione? Eppoi, gli
    stipendi sono già bassi… «La riforma delle pensioni deve accompagnarsi a quella del mercato del lavoro
    e degli ammortizzatori sociali e, anche se non è di mia competenza, della formazione. Sono tutti aspetti
    di un disegno di riforma del ciclo di vita. Certo che la contrattazione è materia tra le parti. Ma noi
    vogliamo presentare ad esse le nostre analisi e spingerle non a ridurre i salari, ma a riflettere sulla
    necessità di avvicinarli il più possibile alla produttività». La trattativa sul mercato del lavoro comincerà
    entro il 31 dicembre? «Forse non ce la faremo, perché vorrei presentarmi alle parti con delle analisi
    approfondite sulle diverse questioni». Sicuramente, tra queste, c’ è quella giovanile, come ci ha
    ricordato ieri l’ Istat: il 40% dei disoccupati ha meno di 30 anni e chi lavora, ha quasi sempre contratti
    precari. «Giovani e donne sono i più penalizzati perché la via italiana alla flessibilità ha riguardato solo
    loro, risparmiando i lavoratori più anziani e garantiti. Sono rimasta molto colpita nel sentire i
    pensionati che si lamentano perché devono mantenere anche i nipoti. Questo è un ciclo perverso. Non è
    possibile che la pensione di un nonno debba mantenere dei giovani né che questi si adagino su una
    prospettiva di vita bassa». Come se ne esce? «Penso che un ciclo di vita che funzioni è quello che
    permetta ai giovani di entrare nel mercato del lavoro con un contratto vero, non precario. Ma un
    contratto che riconosca che sei all’ inizio della vita lavorativa e quindi hai bisogno di formazione, e dove
    parti con una retribuzione bassa che poi salirà in relazione alla produttività. Insomma, io vedrei bene un
    contratto unico, che includa le persone oggi escluse e che però forse non tuteli più al 100% il solito
    segmento iperprotetto». I sindacati non ci stanno a toccare l’ articolo 18 dello Statuto dei
    lavoratori. «Sono abbastanza anziana per ricordare quello che disse una volta il leader della Cgil,
    Luciano Lama: “Non voglio vincere contro mia figlia”. Noi, purtroppo, in un certo senso abbiamo vinto
    contro i nostri figli. Ora non voglio dire che ci sia una ricetta unica precostituita, ma anche che non ci
    sono totem e quindi invito i sindacati a fare discussioni intellettualmente oneste e aperte». Monti ha
    detto che le nuove regole si applicheranno solo ai futuri assunti. «Certamente penso ci voglia maggiore
    gradualità nell’ introduzione delle nuove regole rispetto a quanto abbiamo fatto sulle pensioni». Oltre ai
    giovani, le donne sono molto penalizzate. «Sono anche ministro delle Pari opportunità, che non
    considero figlie di un dio minore. Sulle donne bisogna invertire la logica delle compensazioni. Non
    vogliamo queste, ma la parità. Quando sento dire “io lavoro molto e poi devo anche occuparmi di mio

    marito e della casa” dico che le famiglie condividono ancora troppo poco i lavori di cura». Il leader della

    Cisl, Raffaele Bonanni, dice che una manovra come la vostra poteva farla anche suo zio che non sa nulla
    di economia. «Lascio a Bonanni il suo giudizio. Vorrei invitarlo a discutere delle cose che stanno in

    questa manovra e penso di avere la presunzione di poterlo convincere che l’ equità c’ è, magari non
    quanto lui vuole, e il rigore c’ è, e non ne potevamo fare a meno, pena la messa a rischio dei risparmi

    degli italiani e il non pagamento delle tredicesime». Ha avuto tempo di occuparsi anche della sicurezza
    del lavoro? In Italia ci sono ancora troppe morti bianche. «Non ci può essere tolleranza soprattutto in

    una fase di crisi dove magari qualcuno può pensare che è meglio un lavoro anche non sicuro che niente.
    Agli ispettori del ministero ho detto che devono andare nelle imprese come amici e collaboratori ma

    anche con intransigenza piena». Le sue lacrime sulla perequazione delle pensioni hanno fatto
    discutere. «È stata una commozione dovuta alla tensione. Può sembrare che io sia una donna dura, ma

    non è così. È successo che quando dovevo dire la parola sacrifici mi si è soffocata in gola, anche perché
    in quel momento ho pensato ai miei genitori, che di sacrifici ne hanno fatto molti». Enrico Marro

    RIPRODUZIONE RISERVATA **** La scheda Chi è Piemontese, classe 1948, Elsa Fornero fino alla sua
    nomina a ministro al Lavoro e alle Politiche sociali nel governo Monti, ha insegnato presso le università

    di Torino e di Maastricht. Grande esperta di sistemi pensionistici, dal 1993 al 1998 è stata consigliere
    comunale a Torino per la lista civica Alleanza per Torino. È stata vice presidente del consiglio di
    sorveglianza di Intesa Sanpaolo e vice presidente della Compagnia di Sanpaolo. Il pianto Lo scorso 5
    dicembre, il pianto del ministro durante la presentazione della manovra del governo Monti è diventato
    il simbolo della stagione politica. **** 1.400 **** 20

    Marro Enrico

    Pagina 002/003

    (18 dicembre 2011) – Corriere della Sera

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