Il nucleare si può fermare

Venezia, 6 giugno 2011 Il tentativo di cancellare il referendum sul nucleare per avere le mani libere sull’energia atomica è […]

Venezia, 6 giugno 2011

Il tentativo di cancellare il referendum sul nucleare per avere le mani libere sull’energia atomica è stata un’operazione vergognosa per indebolire la democrazia. Ma il 12 e 13 giugno la consultazione popolare deve fermare la costruzione di nuove centrali. Il terremoto in Giappone e le sue conseguenze sui reattori di Fukushima dovrebbero indurre a due ordini di considerazioni: chi deve decidere il ritorno al nucleare in Italia e come impostare un corretta informazione sul tema. Esistono, in proposito, molti luoghi comuni che, come tali, sono duri a morire. Il primo: il nucleare ci libera dalla dipendenza energetica. Una tesi che si può facilmente smontare con i numeri. Il nostro Paese è sprovvisto di riserve d’uranio, l’unico combustibile utilizzabile per gli impianti nucleari, anzi il 90% è prodotto in una decina di Stati  nel mondo, tra i quali il Congo e il Sudafrica. Attualmente le riserve di uranio sono tali da permettere l’alimentazione dell’attuale parco mondiale consistente in 443 centrali funzionanti per circa 50-60 anni: una produzione che soddisfa solo il 5,8% del fabbisogno energetico dell’intero pianeta. Inoltre il costo dell’uranio negli ultimi dieci anni è aumentato di venti volte. Secondo luogo comune: il nucleare è sicuro e pulito. Nulla di più falso. I reattori di IV generazione sono infatti ancora un’ipotesi lontana e intanto il Governo vuole costruire centrali di III generazione che non hanno risolto il problema della sicurezza. Terzo luogo comune: il nucleare è economico e consentirà di ridurre la bolletta energetica del Paese. Tutti gli studi internazionali mostrano proprio il contrario: l’energia atomica è la fonte energetica più costosa e meno competitiva, al punto che in tutti gli scenari è prevista una riduzione del proprio peso nella produzione elettrica nei prossimi anni a livello mondiale. E a proposito di costi, pochi sanno che per finanziare la rottamazione delle centrali chiuse dopo il 1987 i cittadini italiani pagano in media 150 milioni di euro l’anno, prelevati direttamente dalla bolletta elettrica.

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