I Comuni e il patrimonio culturale: una materia prima da valorizzare

“Con la cultura non si mangia e quindi non va finanziata…”, sentenziò qualche tempo fa un Ministro della Repubblica che, […]

“Con la cultura non si mangia e quindi non va finanziata…”, sentenziò qualche tempo fa un Ministro della Repubblica che, per nostra fortuna, non è più tale. Non avendo petrolio o gas naturale, la materia prima dell’Italia è rappresentata dal suo straordinario patrimonio culturale, storico, monumentale, archeologico. Si tratta di un bene universale che non possiamo esportare ma   che rischiamo di alienare, ogni giorno con la nostra indifferenza.

Non è un caso che ora parta anche l’iniziativa del restauro delle ville romane in Pompei e si sia trasmessa una nuova immagine di rinnovato interesse verso i valori culturali che tutto il mondo ci invidia e che conserviamo nel nostro territorio. È un sintomo di rinascita che ben si accomuna al periodo pasquale; di radici abbiamo parlato per troppo tempo, dimenticando che vanno manutentate, conservate e gestite, altrimenti sono solo uno sciocco motivo identitario.

La bellezza alimenta bellezza, che significa armonia, rappacifica e rasserena, illumina le menti opache e si traduce in un esigenza. Che a sua volta è il principale motore del turismo, vera industria di questo Paese.

L’investimento di risorse pubbliche nel settore culturale si  traduce anche in migliaia di posti di lavoro destinati a persone qualificate che le nostre scuole e università hanno formato negli ultimi vent’anni – con costi a carico dei contribuenti – e che ora si trovano costrette ad operare nel limbo del precariato con mansioni sottopagate o scegliendo di andare altrove, dove il valore cultura è un soggetto continuamente alimentato. Quella che abbiamo è “manodopera” intellettuale e specializzata alla quale si deve offrire un lavoro conseguente agli studi ma soprattutto deve sentirsi utile a garantire ed accrescere lo  straordinario patrimonio dall’elevato valore “produttivo” chiamato Paese Italia…

Lo Stato, da sempre, investe troppo poco per lo sviluppo della cultura e per la tutela del suo patrimonio, seppure l’art. 9 della nostra Costituzione lo prescriva, In molti casi tali beni sono a carico delle depredate amministrazioni locali che, tra mille difficoltà di bilancio, non intendono limitarsi a scrivere improbabili cartelli pubblicitari indicanti vie storiche o percorsi cicloturistici, ma cercano in ogni modo di supplire alle carenze strutturali di questo sistema rendendo fruibile questo straordinario patrimonio.

Nei giorni scorsi è apparsa la notizia degli investimenti in studi e ricerche culturali effettuati dai comuni nel 2010.  Il comune di  Montebelluna ha stanziato circa 50 mila euro per studi e ricerche archeologiche, valore minimo ma assai distante da quanto investito in altre, anche più importanti città. Che un’amministrazione locale investa in cultura mi sembra normale e nella fattispecie siamo di fronte ad un impegno finalizzato a valorizzare un bene gestito dal Museo di Storia Naturale e Archeologia di Montebelluna, nato nel 1984 grazie all’iniziativa del Gruppo Naturalistico Bellona, e che costituisce ormai la seconda realtà consolidata  a livello veneto per numero di visitatori. Il Museo sito in Villa Biagi, raccoglie, conserva, studia e divulga la memoria storico-archeologica del nostro territorio nelle sale espositive, nel centro di documentazione che fornisce schede e materiale documentario e nei tre laboratori didattici rivolte alle scuole: un’aula organizzata con cassoni e materiale per lo scavo scientifico archeologico, antropologico e paleontologico; un laboratorio attrezzato con microscopi e strumentazione e un’aula utilizzata per le animazioni, che ha laboratori di botanica, zoologia, preistoria, epoca romana e  può essere attrezzata anche come laboratorio di chimica. In questo si sostanzia l’attività educativa che il museo propone alle scuole e agli adulti interessati.

Questa struttura ha consentito negli ultimi dieci anni l’avvio di progetti di ricerca che hanno avuto come oggetto la conoscenza e la valorizzazione del territorio Montelliano più vicino al museo potendo avvalersi di numerosi studiosi delle Università del Veneto e di tutta Europa. Inoltre nel 2006, grazie anche al contributo della Fondazione Cassamarca e in collaborazione con Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto e l’Università degli Studi di Padova, è partito l’ambizioso progetto “Archeogeo”,  con l’obiettivo  di realizzare una Carta geoarcheologica del territorio comunale ad illustrare il quadro archeologico del sito dall’età paleoveneta, a quella romana e tardo antica: uno strumento indispensabile che contribuirà a valorizzare e divulgare il nostro patrimonio archeologico e che potrà essere costantemente aggiornabile.

Nell’ambito della XIV settimana della cultura, dal 14 al 22 aprile prossimi, sarà possibile la visita anche ai depositi in cui si conservano i reperti archeologici e naturalistici non ancora esposti e i visitatori potranno apprezzare lo sforzo compiuto per valorizzare e conoscere un bene comune che altrimenti sarebbe nascosto e dimenticato… sotto i nostri piedi. E 15 o forse 20 giovani archeologi e studiosi hanno potuto svolgere professionalmente il loro lavoro. Non mi pare poco se consideriamo gli sprechi di milioni di euro in mano ai soliti noti o i contributi a pioggia per le varie sagre e “griglie roventi” spesi senza benefici di ritorno e senza fornire lavoro utile ai nostri competenti e capaci giovani.

2 commenti

  1. Fabio scrive:

    Ciao
    alla conferenza di domenica 15 aprile alla scuola veneta di politica, hai fatto riferimento a un libro sui risvolti economici positivi creati dalla strutturazione dei poli scolastici e dalla formazione sulla cultura.
    posso conoscerne il titolo?
    grazie
    Fabio

    • Laura scrive:

      Ciao Fabio
      In effetti mi rifacevo al libro di Tito Boeri e Pietro Garibaldi ” le riforme a costo zero” 10 proposte per tornare a crescere. Una delle quali e’ la riforma universitaria. Ciao grazie Laura

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