Cemento in cambio di lavoro? Il respiro corto del Muraro-pensiero

L’operazione Barcon va uccisa nella culla. Soprattutto dopo le affermazioni del presidente della Provincia di Treviso e il suo maldestro […]

L’operazione Barcon va uccisa nella culla. Soprattutto dopo le affermazioni del presidente della Provincia di Treviso e il suo maldestro tentativo di mettere in relazione gli interventi edilizi e di scavo con l’ipotetico incremento dell’occupazione. La discussione in Commissione provinciale Urbanistica ed Ambiente dove è stato analizzato il progetto Barcon di Vedelago ha visto  emergere  fortissime critiche e perplessità. Il parere di Muraro vale in senso contrario e conta più degli altri? Del resto, se le aziende hanno bisogno di espandersi lo possono fare all’interno di regole dettate dal PTCP che è costato tanto lavoro, fatica e risorse economiche.
Se bastasse costruire capannoni e fare scempi al paesaggio per garantire un aumento dell’occupazione, allora la provincia di Treviso dovrebbe essere la prima non l’ultima com’è nelle classifiche per capacità di risposta alla crisi produttiva e quindi occupazionale che si è abbattuta sul Veneto.
Con questa idea perversa qualcuno un giorno arriverà  a costruire una Veneto City in corrispondenza di ogni svincolo autostradale del Veneto. Purtroppo è vero il contrario e la nostra provincia ne è una riprova: non esiste alcuna relazione tra le ormai migliaia di capannoni sfitti e le potenzialità di dare risposte al grande tema del lavoro. Quando finiranno la Lega e la classe politica che governano questo territorio di perseverare negli errori che sono stati la causa del problema invece che riflettere e invertire la rotta? Quello che manca è la politica intesa sia come disegno strategico sia come investimento nelle reti, nella legalità, nella sburocratizzazione, nella qualità di investimenti e proposte quindi nei giovani e nel futuro.
Basta aggredire il territorio in modo soggettivo, senza coerenza e senza garanzie, ma si faccia subito, e comunque in notevole ritardo, una politica di analisi dell’esistente, delle criticità e potenzialità inespresse o soffocate e si dia il via dunque a lavorare coerentemente per la bellezza e la qualità del territorio e delle produzioni. Si inizi comprendendo quanti sono i volumi  in edilizia industriale liberi o abbandonati e quali le ipotesi per il loro recupero e utilizzo; quanta è la terra  agricola residua e si comprenda se questa oggi non sia una realtà da considerare con occhi nuovi, salvaguardandone ogni singolo metro quadro e identificandone le specificità. Si lavori con uno sguardo di lungo periodo e si eviti l’ultimo colpo di coda di un modello speculativo che ha già ampiamente dimostrato tutti i suoi limiti e i rischi per le generazioni attuali e future. Se questo vuol dire fermare un sindaco “amico” lo si faccia lo stesso, smettendola una volta per tutte di concedere ai “propri” e negare agli “altri” attuando sistematicamente quel modello feudale che ben conosciamo.

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